Il Piceno in QUATTRO ELEMENTI

Fuoco, terra, acqua, aria, non a dominare il microcosmo umano bensì a descrivere un’escursione nel Piceno.


Piceno? Non pensate solo ad Ascoli Piceno, niente olive ascolane. Piceno inteso come area, un pelino più su della linea Gustav e più a Sud di quel vino che ci viene in mente quando pensate alle Marche, il Verdicchio. Qui siamo in “terra di mezzo”, tra Passerina e Pecorino che, visti i nomi che incitano a fantasiose interpretazioni, racconterò sotto forma dei quattro elementi per descrivervi con premura quanto vissuto:


FUOCO

Come Eros Ramazzotti, il Consorzio incide “fuoco nel fuoco” una data, il 2002, per istituire finalmente una tutela dei vini Piceni. La capitale è Offida, la città-stato che dà origine all’omonima DOCG e Terre di DOC. La si può considerare un fazzoletto di terra se guardiamo le mappe geografiche, o un fuoco vivo se ci imbattiamo nella vitalità dei produttori. Tra queste colline, nientepopodimeno che Adriano Celentano interpreta “Serafino” in una pellicola del 1968, paralizzato dalla “bellezza dei luoghi e spontaneità dei suoi abitanti”, una dote che, a quanto pare, è rimasta fortunatamente inalterata tra i Monti Sibillini.

Un fuoco dunque, che scalda gli animi e non brucia nei rimorsi, nonostante i ritardi nella “normalizzazione” di quest’area vitivinicola e la consapevolezza che a quattro salti da qui, gli amici dall’arrosticino facile offrono pressoché le stesse varietà di uva mentre sull’altra sponda i toscani son partiti secoli prima con i disciplinari. Cosa cambia quindi tra qui e lì? Chi! Perché oltre agli indici Ph e la conformazione del terreno, servono mani e menti per trasformare acqua in vino senza essere Gesù Cristo. Partiamo dunque dal primo rosso marchiato a fuoco.


Il Conte Villa Prandone – Zipolo – Montepulciano, Sangiovese e Merlot - Marche IGT

Il Conte è rientrato da un viaggio presso l’Hermitage di San Pietroburgo, visto che ha adornato d’oro e stoffa blu la sua nuova linea di etichette. Fifty-fifty tra un Christian De Sica e un Tancredi del Gattopardo, racconta come questo rosso debba fare i conti in primis con lo straniero (il Merlot) e poi con il confino obbligato in barrique (circa 24 mesi, ma potrebbe uscire prima per buona condotta). Rabbioso, sbatte inferocito i suoi 14 e passa gradi sul palato di chi osa berlo. La corteccia è ancora viva e fuori c’è ancora un bel sole, ti lasceremo calmare per la prossima stagione quando saremo io, te, un camino acceso e due calici balloon. Fai il bravo nel frattempo!



TERRA

Pensate che Franco Zeffirelli ha ambientato lungo queste soleggiate colline “fratello sole, sorella luna”. Occorre aggiungere altro? Forse sì: questo modello di convivenza uomo-natura è definito “modello marchigiano” e nonostante possa sembrare adatto a zone rurali sottosviluppate, è in realtà un gesto d’amore verso la crescita sostenibile del proprio territorio, al fine di evitare altre stragi quali il sacco di Palermo o la gettonata quanto fatiscente Benidorm in Spagna.


E se il vino è giustamente considerata parte integrante della cultura di questo popolo, anche il relativo territorio fa quadrato sotto il proprio modello, autocelebrandosi sotto la DOC Piceno rosso. Nasce nel 1968 e mentre l’Italia precipitava nel piombo e la protesta, qui si tingevano di rosso i tini ed i serbatoi di Montepulciano e Sangiovese. Un popolo di pacifisti? Non saprei, solo loro sanno quante volte avranno dovuto dire “non è Montepulciano d’Abruzzo” e “questo Sangiovese non è Chianti”, ma repetita iuvat ed ora eccoli lì a presentare la propria terra senza arrossire di vergogna, ma rossi d'amore verso il proprio Piceno.


Velenosi – Roggio del Filare – Montepulciano, Sangiovese – Rosso Piceno DOC Superiore

Vetri scuri, spessi, come i Police. Anche qui c’è un “message in a bottle”: è una poesia di Giovanni Pascoli che inneggia al lavoro in vigna. Velenosi è una grande realtà, o meglio, fa grandi cose, in grande. Roggio del Filare è il campione di casa, il prediletto della famiglia, ingombrante con le sue medaglie ed i suoi 2kg di peso a bottiglia, che sfregia con un piccolo solco il contorno del vetro, a testimoniare che ogni risultato è frutto di grande sacrificio.

Nasce all’alba di una vendemmia del 1993, quando dai calcari del comune di Castorano si presero i pochi ma robusti grappoli da trasferire in macerazione per circa 28 giorni, il tempo necessario per rendere fratello Montepulciano e sorella Sangiovese uniti nella fede eterna. Poi l’invecchiamento, l’affinamento in bottiglia e infine la luce. Un successo per il mercato, un onore per noi poterlo bere accompagnati dalle note di Marianna, l’affascinante discendente della First Lady Angela. Sembra anche di ritrovare le loro buone maniere al calice, mentre Montepulciano e Sangiovese giocano al tiro alla fune come due fanciulli, riportandoci nuovamente alla memoria Pascoli e, in ultima analisi, al “vino poesia della terra” di Mario Soldati.


La bottiglia è terminata in un complice sorriso ed io che dai 14 gradi e mezzo mi aspettavo un “me so mbriacato” alla Mannarino mi ritrovo a dedicare “me ‘nnamoro di te” di Franco Califano a questo splendido produttore.



ACQUA

Acqua azzurra, acqua chiara, se ci affacciamo dai colli verso l’Adriatico. Mesopotamia, invece, se voltiamo lo sguardo verso le colline. Eh sì, sembra un po’ di rispolverare i vecchi libri di storia con l’unica differenza che al posto del Tigri e l’Eufrate questa fertile area non dà origine agli Ziggurat, bensì alla DOCG Offida compresa tra i fiumi Aso e Tronto.

Una DOCG che ad ampio raggio comprende anche una DOC, Terre di Offida, a voler rimarcare l’importanza di questo centro come per i campani l’importanza di Taurasi che dà vita all’omonima DOCG e alla DOC Campi Taurasini.



E chi è la superstar qui? Il Pecorino. Ma non da sempre, tutt’altro che una vita in pole position per quest’antico vitigno che, per evitare l’estinzione, come Pozzetto nel “ragazzo di campagna” si è dovuto trasferire dalle alture a più dolci colline e climi più temperati. Poi c’è stato l’intervento decisivo del duo Cocci Grifoni – Bugari che ha permesso a questo vitigno di risorgere e grazie alla devozione dei fedeli, vivere nuovamente. Una lunga gavetta dunque che gli ha permesso di classificarsi in questo decennio nella hit parade dei bianchi, diventando quasi un tormentone.


Eppure il nome di certo non lo premia sul piano marketing e le stesse spiegazioni sulle origini lasciano davvero poca hype. Pecorino: potrebbe riferirsi a quel luogo in cui pascolano le pecore o quel vino che si abbina magnificamente al pecorino, mentre per gli amici animalisti (esclusi i diabetici) è un richiamo a quell’uva carica di zuccheri tanto amata dalle pecore che, in piena maturazione, amano mangiucchiarla.


Nome a parte, ciò che conta è stata l’opera per preservarla ed in seguito svilupparla, facendo partire nei ’90 un importante operazione di rilancio che, come le merlettaie, ha tessuto intorno a sé una fitta trama che, dapprima in Italia e poi nel mondo, riempie d’oro i calici di vino Pecorino.


Tenuta Cocci Grifoni – Colle Vecchio – Pecorino – Offida DOCG

Se il frutto non cade mai lontano dall’albero, non è un caso l’entusiasmo suscitato da questo Pecorino, prodotto guarda caso da lui, il Godfather del vitigno italico, Cocci Grifoni. L’etichetta raffigura una rana e sì, risulta alquanto difficile far pendant con il tovagliato, ma c’è un perché. Una rana ha diversi significati e come in altre storie, possiamo credere a quella che vogliamo:

A – rana a simboleggiare il balzo compiuto dall’uva Pecorino, dapprima un ranocchio ed oggi Principe dei bianchi

B – una rana a rappresentare le salubri condizioni in cui nasce e matura questo prodotto, che proprio come l’animale, è molto sensibile ad inquinamento e condizioni avverse.

Come riconoscerlo alla cieca?

  1. In linea di massima tende a lanciare frecciate di viscosità che dall’apertura proseguono fino in chiusura, prediligendo le erbe officinali ai toni fruttati.

  2. La stoffa di questo vino la si riconosce sul peso che dà alla lingua, robusto quasi a volersi credere un rosso.

  3. La compilation gusto-olfattiva ricorda quelle vecchie serate nella big smoke in cui, preso dalle contaminazioni culturali, rimasi affascinato dalle mille sfumature di hummus.

Ecco, il Colle Vecchio lo descriverei così: un hummus di ceci con tutte quelle buone erbette, i semi di sesamo, il pepe ed il succo di limone. Ho forse creato un nuovo abbinamento?!



ARIA

Sopra questi cieli non sfreccia Di Caprio e non dirige Scorsese, mica è il remake di Aviator! Come spesso accade in Italia, la storia si fonde col mito e quindi sul Piceno volteggia il Picchio, l’uccello sacro simbolo di questo popolo, addirittura citato da Giulio Cesare che narra di “aver attraversato il territorio di quelli del picchio”. Volano i piceni quindi, non come la notte di Lorella Cuccarini, bensì come il leggiadro bianco: la Passerina.


Contende col Lazio la natalità e lungi dal voler innescar l’ennesima rivalità del tipo arancino/arancina ci soffermeremo su insindacabili dati: è principalmente coltivata nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo, quindi cari i nostri amici di Frosinone non basta accaparrarsi la presunta paternità se poi non si ha cura di Madre Natura.

Come il Pecorino, lo si è confuso talvolta col Trebbiano ma adesso, non è una battuta, la Passerina può brillar di luce propria. Da “pagadebiti” a Chanel no.5 del vino, la strada verso il successo è fatta di profumi agrumati e sorsi dal sapore di torta sbrisolona, anche se Mantova è distante ma le mandorle è il burro sono qui al palato.


Terre Cortesi Moncaro – Ofithe – Passerina – Offida DOCG

Dedicata alla Dea Ophis, questa Passerina vola bene quando è giovane e forte. Scarica una buona dose di giungla al palato - sia flora sia frutta, mentre tende lo sguardo sugli ormeggi di San Benedetto del Tronto mentre accenna sensazioni saline e minerali. Vola leggiadro, sulle frequenze dei 12 gradi e senza sporcarsi le ali di legno. Tutto qui, talvolta ci piace anche bere così, senza sensazionalismi, da cin cin che si susseguono con freschezza e bottiglie che terminano con la frase “è già finito?!”


Come questi 3 giorni, volati come la Passerina, di fuoco come il Piceno rosso, immensi come i ringraziamenti che dedico agli organizzatori.


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