A EST DI TRIESTE - fino a Fiume e ritorno

Spedizione nei Balcani molto diversa da quella capeggiata dal poeta D’Annunzio esattamente un secolo fa, perché a guidarci non è stato l’irredentismo, bensì l’ascolto di una terra che prima di noi ha visto, come il Mezzogiorno d’Italia, alternarsi un pot-pourri di influenze che ne hanno plasmato uno spirito cosmopolita ed unicamente disomogeneo.



Perché andare alla ricerca del vino fuori quando si fa un’enorme fatica a comprendere quello italiano? Perché al calice si parla tutti la stessa lingua, quella senza frontiere e della condivisione, ed eravamo attratti da come l’antica arte enoica in questa terra che solletica l’Italia si fosse camaleonticamente adattata ai giorni nostri.


Ma cominciamo col definirne il percorso: un tour che varca il confine nella città di Gorizia per raggiungere prima l’altra metà della città, poi la campagna slovena. Da lì, il tracciato sfiorerà le principali località di mare fino alle rovine romane della croata Pola, per poi finalmente calpestare quel luogo conteso ed abbandonato dagli italiani nel famoso Natale di sangue: Fiume.


Siamo entrati in Cantina, o meglio in famiglia, analizzando le ferite e le speranze di un popolo nato sulle ceneri della Jugoslavia, quando la ribellione alla sfinge dei Balcani ha permesso loro di riappropriarsi dell’identità perduta. Così vicini eppure così enigmatici, solo a fine esperienza ci siamo resi conto di alcuni elementi comuni ad ognuno di loro, il che costituisce una sorta di introduzione al viaggio a cui state per assistere:


  • Le cantine private di quest’area hanno visto la luce “ufficialmente” solo dopo la caduta del Regime, in quanto era fatto loro divieto di imbottigliare vino, causando loro un enorme ritardo nel passaggio da produzioni vitivinicole “per fabbisogno” a “wine brand”.

  • I calici ruoteranno principalmente su alcuni vitigni a noi tutti noti, tra cui Malvasia, Cabernet Sauvignon e Merlot, ma attenzione a non snobbarli: come nella famosa “Innuendo” dei Queen, uno stesso titolo potrebbe contenere diversi stili e tracce alternate. Assaggiare prima di giudicare!

  • La ricerca è stata incentrata su un prodotto chiave dell’Azienda, non necessariamente quello di punta, oltre ad un focus sui misteriosi autoctoni locali, come il bianco Zelen ed il rosso Teran. Possiamo solo assicurarvi questo: dall’acino, all’autoclave, alla botte ed (ovviamente) al bicchiere, non ci siamo voluti perdere neanche un momento dell’evoluzione di questi vini.

  • Con fogliolina verde stilizzata in etichetta o no, garantiamo che ogni Cantina sorgeva su vallate ad ampio respiro verde e di artificioso abbiamo notato soltanto l’ingegno dei produttori. Lasceremo dunque la questione BIO/NO BIO ai burocrati mitteleuropei, noi abbiamo decisamente apprezzato il legno di Slavonia in questa tratta.

Pronti? Si parte! Destinazione Šempas!

Dove?! Bè certo, con i suoi appena 1.000 abitanti non credo si ritrovi tra la top 10 delle vostre destinazioni turistiche, ma adesso che vi racconterò di Lepa Vida, sono sicuro che ci sarà un motivo in più per allontanarsi qualche km da Nova Gorica e talvolta, prendersi un anno sabatico dalle solite Ibiza e Mykonos per scoprire una nuova forma di divertimento.


LEPA VIDA -Šempas

Una grande cascina ci ripara dal sole e dai vigneti, mentre delle colonnine per auto elettriche ed un’area sosta camper ci lasciano ben pensare fin da subito: qui si fa baracca ragazzi!

Ci incamminiamo e cominciamo a scrutare le vetrate specchiate della nuova location, o per meglio dire Boutique Winery. Serviva quest’inglesismo? Lo scopriamo grazie alla padrona di casa: Irena.


Ci accoglie in italiano, ma la sentiamo parlare anche in inglese, tedesco, oltre alla lingua locale. Un fattore che inizialmente ci stupirà parecchio, per poi renderci conto a fine tour che tutti i nostri interlocutori parlavano almeno 3 lingue. È giovane il suo concetto di ospitalità ma datata la sua iniziazione nel mondo del vino, data l’esperienza del padre già impegnato nel produrre vino in quella fase storica cui vi menzionavo sopra. Si sa, chi ben comincia è a metà dell’opera e per audacia di questa famiglia il padre di Irena è addirittura la tessera no.3 di quella generazione post-Regime riconosciuta come vignaioli privati.



Cos’è Lepa Vida in una parola? Tradotto romanticamente alla Fellini “Dolcevita”, la sinuosità di una bella donna impressa nel marchio. Perché? La Cantina ha voluto rendere omaggio alla straordinaria forza delle donne di questa terra, sia sul logo che sul primo formato di bottiglia prodotta. Tant’è vero che dal logo si riesce ad intravedere una silhouette femminile, la sua ombra legata al territorio e la Bora che la trascina via, in ricordo delle donne slovene che partivano per l’Egitto alla disperata ricerca di lavoro. La lacrima cade sul calice quando ci racconta la storia di un sacrificio che ci fa sentire così vicini, ricordando analogamente gli italiani che hanno dato la vita nelle miniere in Belgio.


La tavola è imbandita e adesso tocca a questa coppia della Valle di Vipava riempire calici e sfamare curiosità. Tra colori e passaggi in legno che si alternano, meritano senz’altro un accenno:

  • OOO (Out of office): il vino da bere durante il day off, a base Malvasia e Ribolla gialla e dalla macerazione prolungata. Sì, molto probabilmente ha ragione Irena, è il vino per rigenerarsi dalle fatiche del lavoro!

  • MI: in sloveno noi, autocelebrazione dei gusti dei proprietari, amanti rispettivamente della Malvasia e del Sauvignon Blanc. È un vino come piace a loro, ma piace tanto anche a noi, senza voler essere troppo ripetitivi.

  • VI: la forma di cortesia che indica il “Voi”, oltre ad impiegare il vigneto di Chardonnay che affaccia sull’area degustazione dell’Azienda, indica le iniziali dei due figli. Una sorta di inciso, quasi a voler dire loro “questa sarà la vostra strada”. Non male!

Ma è su un vitigno in particolare che veniamo catturati. Sembra di respirare le sue verdi colline al primo giro di calice ed infatti la sua traduzione dallo sloveno è “verde”: stiamo parlando dello ZELEN.

Rucola, ortica, spezie dolci ed una chiusura secca, ma quale Gewürztraminer!

Entra in scena Matja, marito ed enologo della coppia Lepa Vida, ad esordirci su come rappresenterebbe lo Zelen in una parola: METROSEXUAL!


“Wow, perché mai?” “Semplice” risponde lui “avrebbe tutte le caratteristiche per crescere forte e rigoglioso con ciò che la natura gli dona, eppure pretende sempre attenzioni e cure per poter fiorire nel suo pieno splendore”. Un narcisista, insomma.


Verde luccichio sui bordi del calice dorato, una sensazione sweet&sour degna di un Negroni ed aromi difficilmente paragonabili ad altre varietà bianche. Cosa possiamo fare noi per voi oltre queste poche righe? Farvelo assaggiare quanto prima!

Intanto la sala si è riempita, l’orologio segna le 5 ed è giunto il momento di dirigerci verso il mare di Capodistria. Prima però, una foto di rito con gli splendidi padroni, stravaganti promotori del motto “un bicchiere al giorno” su dosi che solo loro raccomanderebbero. Lepa Vida, pollice in su!




Di nuovo in macchina, l’autostrada taglia i paesaggi in due fino alla fascia costiera, mentre una scritta in stile Hollywood fa capolino sulla collina che precede il mare: VINA KOPER. No! Non siamo diretti lì, vogliamo respirare quell’aria umida che sale dagli scantinati e conoscere persone che prima della bottiglia hanno gettato lacrime e sangue. La nostra destinazione è lungo il corso del fiume Risano, laddove the river flows in you: Dekani.


VINA BORDON – Dekani

Il Cocktail di sensazioni all’ingresso meriterebbe un articolo a parte, tante sono le sfumature di questa Cantina un po’ casa, un po’ villaggio e un po’ mulino. Toc toc ed ecco che ci accoglie Mojca, addetta all’accoglienza e membro della numerosa famiglia Bordon in cui ognuno ha un ruolo specifico nell’ingranaggio dell’Azienda, perfetta metafora dei grossi mulini simbolo di questa storia.


La visita parte dagli esterni, come vi dicevo talmente pittoreschi che potremmo ambientarci sia spensierate cerimonie d’estate sia inquietanti film dell’orrore. Una stradina in ciottoli ci guida sul retro ed eccolo, il fiume su cui poggiavano gli ingombranti ingranaggi del mulino, prima storica attività della famiglia Bordon.


Si comincia a sviscerare la storia di famiglia ed il progresso intrapreso in concomitanza con la nascita del Paese Slovenia. Il padre, Ivan, con l’avvento dell’elettricità e la nascita di nuovi bisogni, con tattica lungimiranza comincia a dedicarsi ad uliveti e viti, geniale! Un impegno che non passa assolutamente inosservato, dato che la sua Cantina viene riconosciuta come la prima nell’Istria slovena a vinificare con il proprio marchio.


Si passa adesso alla moderna struttura, in cui riconosciamo barriques di legno sia francese sia di Slavonia, proseguendo su autoclavi e fermentatori di ultimissima generazione e super fancy terrazza rooftop per le degustazioni più audaci, grazie Comunità europea!


Ma da lassù il caldo è ancora aggressivo e così decidiamo di accomodarci all’esterno ma riparati dalle foglie di grandi alberi, col fiume da una parte ed il sentiero dall’altro.

Poche bottiglie prodotte rispetto all’enorme potenziale e capacità in dotazione, circa 50.000, quanto basta per essere riconosciuti come i Re del Refosk, da lì il loro alias Re-Fosco.


Lo start alla degustazione è già di per sé sufficiente per capire che qui si fa sul serio, parecchio sul serio: Olio Evo BIO di produzione propria (varietà Bjelica istriana), formaggi locali (maledetta sia la mia intolleranza al lattosio, il mio compagno Antonio invece ringrazia) e salumi da maiali dei propri allevamenti, una razza nera suina cui mi sfugge il nome ma che dalle sembianze assomigliava ad un Patanegra.


Flûte davanti a noi, il primo vino a rimuovere il fungo è un Metodo Classico di Malvasia, 24 mesi sui lieviti Brut Nature, poi un Metodo Classico di Refosco… hey queste bollicine sembrano disegnate da un geometra!

Per curiosità chiediamo di assaggiare anche gli Charmat degli stessi vini e…. vabbè allora qui c’è un architetto in famiglia! Bollicine soft touch, tracciate col righello, secchezze che si lasciano accarezzare dagli aromi. Complimenti, spero solo nessun avventore si avvicini a loro chiedendo “un bel Prosecchino”, potrebbe giustamente finire esposto nel salone della caccia imbalsamato.


Segue una line up da far invidia a quella di Woodstock, in cui si alternano legni e macerazioni che offrono ad ogni Refosco, Malvasia, Merlot, Cabernet Sauvignon e Moscato un’identità chiara, talvolta coccolata da piccoli appassimenti ed altre da quel legno in fondo la valle che culla il tannino, rendendo ogni vino ideale a versarne (almeno) un altro calice.


Ma se l’impronta familiare è stata decisiva nella conduzione aziendale, altrettanto importante è la devozione della crew ai fondatori: i prodotti di punta si chiamano IVAN e DORA.


È proprio quest’ultima, la mamma che è sempre la mamma, il motivo per il quale tornerei altre mille volte a Dekani.


Perché DORA è una Malvasia Istriana che viaggia intorno ai 15° di volume e sfonda le casse dal 2015, anno in cui questi grappoli hanno cominciato il proprio processo per poi donarci questo scintillio che dal giallo vira verso la ruggine. Piacevole anche quando la temperatura della cantinetta sfuma nel bicchiere, sembra di azzannare quei vecchi snack ricompensa di quando da bambini facevamo i bravi, ricordate gli Snickers?!

Poche, davvero pochissime bottiglie prodotte, ancora meno dopo che l’avrò fatto assaggiare ad alcuni appassionati di questa saga: Circa 2000, con 2 anni di Tonneau e la pretesa di poterlo produrre solo in casi realmente eccezionali (2 volte negli ultimi 15 anni). Cos’altro aggiungere? Frutta candita, uva passa… lo sappiamo tutti, ma questo è come direbbe Abatantuono “Eccezziunale veramente”!


Si è fatta sera, notte. Anche Bobo, il gatto mascotte della Cantina non vede l’ora di vederci fuori di qua in modo da poter appollaiarsi indisturbato lungo questi prati. Che serata ragazzi! Circa 20 vini in corpo e non vi è la minima traccia di mal di testa.




Notte di sturm und drang in quel di Koper, le prime luci del mattino ci permettono una visita ai borghi marinari della Slovenia prima di oltrepassare il confine e dirigerci verso la prima destinazione croata: Novigrad.

Una fitta pineta separa noi dal mare, e poi, noi da Pervino, la Cantina che affaccia sulla loggia di Cittanova mentre i suoi vigneti prendono il sole in prima linea sulla spiaggia.


PERVINO – Novigrad

Sembra l’ingresso di Viale dei Cipressi a Bolgheri, ma a circondare il passaggio ci sono ulivi. Le gomme dell’auto fanno cric-croc prima di raggiungere quel che sembra una grande ma moderna cascina. Pervino, spiegaci come nasce questo posto meraviglioso?


Parte Nina, fenomenale assistente, seguita da Paval, l’enologo.


Pervino nasce nel 2002 dalla Partnership di due famiglie per produrre inizialmente vino da tavola e rivolgersi al mercato locale. Hey, non saremo venuti fin qua per del vino del contadino?! Infatti no, qualcosa lungo la timeline è cambiato radicalmente, fino a quando nel 2010 la famiglia acquisisce Paval, ingegnere negli studi convertito in enologo per amore, guida al riammodernamento in Azienda e nuovo punto di svolta per una Cantina che oltre alla produzione di vino, si dedica all’ospitalità e alla gestione di propri punti vendita sparsi lungo la Nazione.

La stessa Cantina offre una discreta area degustazione, quindi ora che ci siamo presentati, solleviamo i calici.

Nina si prende cura di noi e ci illustra i vini che man mano adornano la nostra tavola con una precisione da far rabbrividire, mentre Paval si siede di fianco a noi attento ad ogni tipo di richiesta e informazione. Uno Chardonnay Metodo Classico rinfresca mente e palato, siamo pronti.


La prima linea è dedicata ai bianchi, le etichette sono semplici e vogliono chiaramente rappresentare la planimetria cui sono disposti i vigneti. Malvasia, Moscato e Malvasia sono i 3 prodotti serviti, ottimi “warm up” prima di sfoderare il velluto rosso istriano: il TERAN.


No, non stiamo parlando della capitale dell’Iran, quella ha la “h” in mezzo. Stiamo parlando del supereroe rosso che, camuffatosi in quest’area a lungo, giocava confondendosi col Refosco, fino a che non si è deciso finalmente si studiare i cloni e capire che erano due esemplari completamente diversi. Teran ma cosa fai, il timido?!

Eppure, aldilà del pedigree, sembra avere tutte le doti di un cavallo di razza.


Buccia spessa, alta acidità, necessità di tanto sole e di raccolta tardiva. Non vorrai mica fare concorrenza al nostro Taurasi vero? Macché, solo i detrattori del nostro stesso lavoro usano le comparazioni fra vini diversi e noi siamo qui per conoscerti così come sei, caro e tannico Teran.


Sfreccia fiammante il suo rosso tra i nostri calici, è un Teran del 2015, raccolto a fine ottobre e poi sotto a chi tocca, macerazione di oltre 2 settimane prima della fase in legno di almeno 24 mesi.

È Nina a proporci il primo indizio olfattivo? Mon Cheri! Ed hai proprio ragione.

L’ingresso ha proprio tutti gli ingredienti del famoso cioccolatino Ferrero, ma poi in lontananza, quando entrambi, sia noi sia il vino, abbiam preso un bel respiro, spunta dal rosso tenebroso la noce moscata, i pinoli.

Come ho fatto fino ad ora a non aver mai assaggiato questo vino? Come Ronaldo… Fenomeno!


E visto che siamo in ballo, balliamo, andiamolo a conoscere dalla culla, ossia dal grappolo questo famoso Teran. Verso le vigne ed oltre!



L’impatto è strepitoso, una terra rossa che più rossa non si può, forse solo in Salento l’avevo notata con questa tonalità mattone. E a proposito di mattoni, another brick in the wall, i nostri amici non saranno mica venuti qui a mani vuote? Per noi c’è una sorpresa ed una grande risata contorna l’allegra riunione in vigna.


È un Cognac che non si può chiamare così ed è Fino anche se non è un Tinto Fino… e allora lo chiamano Fignac, e noi brindiamo a loro. Viva la Fignac!


Il tramonto saluta questa giornata di intense emozioni tra mare e vigna. Nina e Paval nuovamente ci stupiscono e prima di separarci ci lasciano un cartone (chissà se è capitata anche una bottiglia di Fignac) e chiamano personalmente il ristorante per assicurarsi che anche la cena sia a noi gradevole. Stupendi! E pensare che ci vantiamo tanto del concetto di ospitalità quasi a voler escludere che questo possa venire anche da fuori. Come si dice, i tempi cambiano!




E quindi cena, giro di amari locali e poi giro per i locali della città prima di recarci nella stupenda Rovinj, la città che ricorda il genio artistico italiano con la Chiesa di Sant’Eufemia ma anche il tremendo esodo subito dalla stessa nostra popolazione.


Buongiornissimo, caffè! Anzi no, potrebbe dissuadere le nostre papille e qui siam già pronti per il prossimo rullo di tamburi e bicchieri. Sono le 10 di mattina e stiamo già attraversando un arco con la scritta “Stancija Collis”.


STANCIJA COLLIS – Rovinj

Ingresso più farm che da vera e propria cantina, con gli asinelli che fanno ciao al posto delle caprette di Heidi. Casa su, sala degustazione di fianco, cantina giù, vigneti intorno. Da qui non si sfugge!



Ad accoglierci nel Range di collina (questa la traduzione letterale del nome) è Juraj, d’ora in poi rinominato Giorgio: un ragazzo deciso, vispo, agguerrito. Conosce la fortuna su cui vive e sa come sfruttarla, ecco perché dopo varie esperienze enologiche tra Nuova Zelanda e Slovenia è rientrato qui.


Anche qui, l’unione familiare fa il passo in avanti e nel 2015 inizia la nuova identità. Da lì ad oggi ne hanno versato di sudore per tirar su ulivi, viti ed animali da allevamento, ma in tutto questo, the best is yet to come…. A breve inaugureranno il ristorante proprio in questa struttura!



L’Azienda è certificata biologica e l’interscambio con la natura è d’obbligo qui. Giorgio ci guida verso i vigneti ed attraversando la proprietà dall’alto di un muretto a secco, possiamo intravedere da un lato il mare su cui domina la città di Rovigno, dall’altra 360° di bosco verde che credetemi, più verde non si può.


Si torna in Cantina, un giro giù e poi di nuovo su, è tempo di connettere le sinapsi ai bicchieri.


C’è un buon via vai di turisti qui ed allora concentriamoci autonomamente su ciò che brilla al calice, vediamo un po’:

  • Malvasia Istriana, lieviti indigeni, sui 13° e sui 13 €, buon inizio.

  • Teran rosè, non filtrato, aromi da bacco-tabacco-venere, vuoi darmi un altro bacio baby?

  • Teran 2018, breve macerazione, colore lucente, barrique in corpo e tannino in gola. È proprio vero che il Teran cambia e si contorce in base alle mani che lo lavorano.

E qui pare di capire che si lavora bene, con i numeri giusti, quelli che questa famiglia riesce umanamente a sopportare, ma va bene così, d’altronde chi si accontenta gode. 10.000 esemplari l’anno a marchio Stancija Collis, una trentina di Barriques ed un lieto evento: Vita!


La sua mano è impressa sull’etichetta e sul cuore del nostro caro Giorgio, è una Malvasia dalle lunghe note di acacia e polline dedicata alla sua prima figlia, Vita.


Ma è laddove l’etichetta non si presenta che il fascino si annida, su un rifermentato “no name” che nulla ha a che fare con l’omonimo di Borgogno, perché questa Malvasia si apre con chiodi e martello ed al calice si fionda come un lingotto d’oro 24k.


Non filtrata, soffia da Ponente e ci regala quei profumi di granita al limone, che a guardare bene il calice sembra davvero di essere su un baracchino della Costiera Amalfitana. Vino roccia, non ha bisogno dell’uomo per omogenizzarsi torbidamente in bottiglia, lascia denso il palato e discreta l’acidità di una mela verde.

Grande Gio, non avrai aggiunto solfiti ma hai appena aggiunto un grande vino agli assaggi top di questo viaggio!




Ci si saluta tra un assaggio di botte ed una fetta di prosciutto locale, mentre il navigatore indica una tappa a lungo attesa: La Food & Wine Station di Bruno Trapan.


TRAPAN VINA – Šišan

Anche noto come il “Che Guevara” dei Balcani, Bruno Trapan è tra le più note e pittoresche figure dell’enologia croata. Folle quanto basta da presentarsi in divisa mimetica, murales che adornano la sua “stazione”, un unicorno gigante che affiora dalla piscina ed un pianoforte bianco circondato dalle barriques in Cantina.



Non ha brochures ma gli appassionati si dirigono da ogni parte del mondo verso questa Mecca, tempio del vino non filtrato.



Ogni etichetta, per quanto simili siano gli uvaggi rispetto alle precedenti degustazioni, incarna un nuovo viaggio sensoriale che ci svela la stravagante follia del produttore, talvolta intenzionato a pronunciare prepotentemente il varietale ed altre ad assemblare goliardicamente uvaggi e legni usati.


Gli stessi nomi utilizzati per indicare i suoi vini sono tutto un programma:


  • Number One: il fratello diseredato di un Supertuscan a base Syrah e Teran. Annata 2015, come direbbe Chiambretti “solo per numeri 1”.

  • Terra Madre: la dedica di Bruno alle sue origini e al suo vitigno del cuore: il Teran. Un’acidità che gioca col tannino al tiro alla fune per donare al palato una piacevolezza senza sfumature verdi, senza estremizzazioni. Solo il meglio in soli 13° di alcol.

  • Revolution: l’essenza di questo geniale produttore. 4 anni in barriques di secondo passaggio per addestrare questo ribelle rosso dai 13 gradi e mezzo, composto da Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah ed una manciata di Teran (che non guasta mai). Hasta la victoria siempre Bruno!


E poi ancora Malvasia d’annata, Malvasia in barriques, Malvasia storica e Malvasia non portarmi via.


Fino a quando, dopo un passaggio ai sotterranei in cui siamo accolti da barriques colorate e bottiglie storiche conservate al lato di un’insegna “TRAPAN INSIDE”, scoviamo il prodotto che avrebbe per sempre cambiato il nostro viaggio.


Si chiama ISTRADITIONAL, non ha certo bisogno di spiegazioni il nome ma il suo senso sì.


Fiero indica in etichetta una mano, quella che raccoglie dai vigneti a conduzione biologica solo la migliore Malvasia Istriana proveniente da un singolo vigneto. Si chiama così perché ricorda al produttore il suo lungo percorso, da quando il vino tradizionalmente si faceva in un modo a quando le nuove tecnologie gli hanno permesso di migliorare gli standard. Perché ve ne abbiamo menzionate tante e forse poteva stancare un’ennesima Malvasia Istriana, ma credetemi non è così.

Istraditional conserva in bottiglia quei tratti ruspanti del vino fatto un po’ come una volta, con spinte wild e quelle note di acacia prese in prestito dalle botti su cui medita.

Vino che con i suoi 14° e considerando la sua età (il bebè ha già compiuto 6 anni), oltre al camouflage da finto rosso sembra quasi prendersi beffa di noi in un viaggio nel tempo, riportandoci in quella Antica Roma che enfatizzava i suoi vini rossi con miele e spezie. Le ritroviamo tutte lì, ci manca solo la tunica e credetemi, resteremmo qui per ore davanti al banchetto, come un tempo, sdraiati a venerare il Dio Bacco.


Ma la Croazia ha un altro Dio del vino e porta il nome di Bruno Trapan, euforico padrone di casa in cui l’unico motto per chi varca il suo ingresso è “expect the unexpected”. Ed infatti, prima di andare via qualcosa di inaspettato capita anche a noi. Una coppia di tedeschi si avvicina e ci chiede: "siete quelli che stanno girando per Cantine, vero? Ho visto un video bellissimo mentre lui riprende un vigneto dall'auto!". E' lui o non è lui, certo che è lui come direbbe Ezio Greggio e ben felici accettiamo di scattare una foto insieme e fare un brindisi alle zusammen.


Altri motivi per obbligarvi ad una visita: si trova a pochi km dall’Aeroporto di Pola. Hey, Pola, hai presente l’enorme arena romana perfettamente conservata che dà sul mare?! E poi che mare, che centro storico, che vita notturna... e che vini.

Per dirla alla Maurizio Mosca “Ah come gioca Bruno Trapan!”.




Salutiamo il rivoluzionario armato di calice e cavatappi a malincuore. La nostra spedizione si sposterà adesso verso l’entroterra boschivo croato, passando per una città che si chiama Paz che per gli spagnoli significa “pace” ma per i napoletani “pazzo”, e voi sapete che nel mio sangue scorrono entrambi. Ma se dopo la tempesta giunge sempre la quiete, qui dopo la montagna c’è sempre un vigneto di Malvasia ad accoglierci. Siamo a cavallo, a corte presso l’antico castello di Belaj.


DVORAC BELAJ – Belaj

Immerso nella bellezza, intriso di storia e leggende che lo rendono ancor più affascinante, questa è senza alcuna ombra di dubbio la miglior location dell’intero percorso. Si fa avanti Josip, uno dei più noti professionisti dell’intera Croazia nonché riferimento per i Sommelier dell’area balcanica.


Parte sorridente, gioca su un carisma unico e sa bene che la struttura che sta per presentare non può che lasciare a bocca aperta.


Il Castello nasce e si sviluppa con la famiglia veneziana dei Bellai, mentre oggi la proprietà è contesa tra una partnership Croata e la famiglia russa dei Belay (strana coincidenza vero!?).


Nonostante gli ampi spazi, le moderne tecnologie ed i profondi sotterranei che ospitano la suggestiva aging room, sua Maestà ha deciso per questa Cantina di produrre un totale di solamente 35.000 bottiglie. Ma specchio specchio delle mie brame, come faremo ad accaparrarci queste bottiglie al di fuori del reame? In effetti risulterà molto difficile considerato l’alto apprezzamento di queste etichette nel mercato russo. Forza Italia, non lasciamocele sfuggire!


Josip è un profondo ed attento conoscitore della storia vitivinicola del Paese e della Cantina in cui presta servizio, rimarca l’importanza di questi terreni biancastri che saranno importantissimi nel donare mineralità ed aiutare la vite in momenti di sofferenza, come in quest’estate 2021 dove non si vede un goccio d’acqua da mesi.


Dopo un’approfondita visita al Castello, ricordando a noi stessi che non siamo al museo bensì in una Cantina, siamo accomodati a corte e quindi pronti per la degustazione, con Josip che mette a segno la sua prima mano vincente.


Apre per la prima volta e solo per noi, la prima annata di rosè imbottigliata appena un giorno fa. Wow!

Sì, sì, lo so che da buoni Sommelier avremmo dovuto aspettare qualche giorno prima di aprirla, ma vuoi mettere l’assaggio con la proprietà della prima bottiglia di Pinot Noir?! E chi se lo perde! Com’era? “va giù che è un piacere” come disse Giovanni a Giacomo in “chiedimi se sono felice”.


Ma adesso torniamo sui nostri passi, su quel vitigno che ci ha perseguitati ma non ancora stancati: la Malvasia.


Si parte con una 2019 frutto del dosaggio tra nuovi e vecchi vigneti, una 2016 che brilla di smeraldo e ci riporta in pineta con i suoi profumi, fino agli esperimenti di Malvasia da vigneti abbandonati per decenni ed in coppia con lo Chardonnay che riprendono la prima, dozzinale etichetta della casata.


Le spiegazioni proseguono, l’interesse cresce e finalmente ci viene svelato perché tanta Malvasia è presente in quest’area. In effetti se n’è piantata tanta, ma sarebbe più opportuno parlare di Malvasie, viste le diverse composizioni biochimiche dei cloni e le turbolenti origini che hanno generato un grande caos ancora irrisolto. Detto ciò, affoghiamo nel piacere della Malvasia come la Madame Bovary di Flaubert e lasciamo per un momento il vitigno oro lucente per lasciare spazio alle varietà scure.

All-in sul tavolo di Josip che annuncia un “metà Bordeaux e metà Borgogna” versandoci un 50/50 di Merlot e Pinot nero che poco prima ci era stato servito direttamente dalla barrique, non a caso, di rovere francese. Un sorso pieno, a lunga gittata che fa partire dal Castello il jingle “gelato al cioccolato dolce un po’ salato” a descriverne le sensazioni. Pupo era Sommelier quindi!?


Ma adesso approfittiamo della competenza su cui possiamo contare quest’oggi per chiedere qualcosa in più sulla Big Red Machine istriana, il Teran. Fino ad ora gli assaggi di questo vino sono stati discordanti e la stessa versione sul vitigno da parte dei produttori in contrasto. Forza Josip, adesso tocca a te!

“Teran, hai presente Borg di Star Trek?” poi continua “se lo pianti vicino ad altri mangia tutto, se lo usi in cuvée predomina.” Temibile e un po’ antipatico, sarà forse parente alla lontana dell’Aglianico che “vuò fa l’americano ma è nato in Italy”? Meglio non farli arrabbiare quindi questi due, anche perché da soli sono capaci di ottenere grandi risultati.


L’etichetta recita “Podrum Belaj”, il retro 2019 su 75cl di 13.5°. Da Pupo passiamo alla Vanoni con “rossetto e cioccolato”.

La lingua è sfiorata da una brezza di cenere ed il tannino sussurra dal bosco “prendimi”. Il retrogusto lascia la bocca come quelle rotelline di liquirizia che tanto amavamo da piccoli.

Ma come fa ad essere così buono questo Teran e perché non ne avevo mai sentito parlare prima? Come abbiamo ripetuto spesso, trovandoci in Nazioni di recente costituzione, siamo ancora agli albori di una compatta strategia di marketing ed apertura. Basti pensare alle faide interne proprio in tema di Teran con la Slovenia e l’inconsueta denominazione “Crljenak Kastelsnski” ad indicare il proprio Primitivo per capire che il percorso sia tutt’altro che rodato.


Sul castello adesso domina un tramonto e, viste le storie narrate sui demoni del bosco e la facilità di smarrirsi nello stesso, decidiamo di levare le tende prima delle tenebre. Per salutarci, però, asso piglia tutto di Josip che con guizzo à la volée ci tiene a salutarci con un ancestrale dal colore Ginger Beer e sapore pompelmo. Ecco, qui abbiamo finalmente trovato un sistema attorno alla Cantina: Location, ospitalità, vino, estetica, professionalità. Non ti dimenticheremo!




Via dal bosco, si torna a solcare quelle stradine che portano al mare e da lì, a quel sapore di vittoria: abbiamo raggiunto Fiume! Non siamo venuti fin qui per contenderne la paternità, la guerra grazie al cielo è finita e su Rijeka, come i blu jeans, convive pacificamente un melting pot di etnie e culture.


Si dorme in barca, precisamente in un Botel, esperienza da una notte a prova di claustrofobia e film dell’orrore. Colazione a pochi metri da quel Palazzo storico in cui fu emanata la Carta del Carnaro, ed oggi come allora, incidiamo nero su bianco il lavoro produttivo, le avanguardie e lo spirito di coesione ed iniziativa di questo popolo trasmesso in materia enoica.


Bye bye Croazia, è tempo di dogana e di sdoganare ancora una volta ciò che si pensa di questi vini istriani dal nostro punto di partenza, la Slovenia. Da quassù intravediamo la Madre Patria, ma siamo ancora al largo di Nova Gorica, esattamente lungo le strade del vino di Medana.


MOVIA - Dobrovo v Brdih

Sembra una galleria d’arte, o forse lo è. Sicuramente la governance è per l’appunto governata da artisti. L’ingresso è adornato, indica l’anno 1820, mentre l’atrio conduce verso un salone in cui, da un lato il pianoforte e dall’altro il bancone, si dà inizio allo spettacolo!

Siamo in estremo ritardo visti gli eterni tempi d’attesa trascorsi alla frontiera croata ma lei non si perde d’animo. È Vesna, sorriso indelebile ed eleganza d’altri tempi, a farci accomodare sul terrazzino colorato da foglie, spumantiere e vista che sprofonda su colline vitate.


Ci si accorda per un nuovo incontro, dato che proprio oggi avevamo preso un altro appuntamento in prima serata, ma non vogliamo proprio scappare via, così veloci come la Bora partiamo con una sequenza flash del “nothing but the best” di casa Movia.


Nel frattempo il pianoforte intona qualche melodia, ricreando un’atmosfera degna del Gattopardo di Luchino Visconti, mentre un dolce stappare fa da eco a questa breve ma intensa conoscenza uomo-vino.

Con la furia di un toro rosso, come Red Bull che ti mette ali, avanza nel bicchiere Rebula, la Ribolla biologica che dall’anno scorso aspettava solo noi per salire sul podio. E che stoffa sin dal primo sorso, che luci e che geometrie. Qui non è astratto alla Kandinskij perché i gusti sono pieni ed ampiamente tridimensionali.


Fa ingresso un altro membro della famiglia e ci conferma la tesi, l’arte è di casa qui. Si presenta, biondissimo, mani sporche di pittura e garbo di chi presenta la propria delegazione al G8, la classe che non è acqua qui, di madre in figlio.


Si rovista tra le foto di famiglia poggiate lungo il grande tavolo barocco mentre entra in scena il rosso delle grandi occasioni.


Fermi tutti! Questo è un Veliko rdeče! Paura eh? Tranquilli è un grande gigante gentile in abito rosso.


Infatti le grandi strutture della sua composizione, fatta da Merlot, Pinot Noir e Cabernet Sauvignon, sono ingentilite dalla raccolta tardiva, la fermentazione in barrique senza travasi e nessuna aggiunta di chimica, rendendolo forte e sano, capace di resistere con doti da maratoneta.

Come dicevo, il tempo vola, ancor più quando si beve di gusto e non possiamo proseguire con la scaletta che prevede anche il singolo utilizzo dei vitigni sopra menzionati, oltre all’iconica fascia LUNAR.


Scusate la fretta, ma siamo attesi a pochi km da qui. Ci rivedremo sicuramente e scopriremo perché qui la parola “puro” ha un soffice significato che va aldilà del vino.




Si attraversa la strada, da uno sperone si passa all’altro e siamo nuovamente con fotocamere e taccuini alla mano pronti per l’ultimo giro di bottiglie.



KLINEC MEDANA - Dobrovo v Brdih

Si chiude una porta, si apre un portone. Esattamente ciò che è successo oltrepassando quell’insegna che recitava “no coca cola – no pizza – no stress”.

A sinistra si va in Cantina, a destra verso l’Osterija Klinec, l’harem che questa coppia ha destinato ai propri ospiti per far convivere entrambe le esperienze.


Sono biologici da sempre e da sempre seguono i principi della biodinamica, non hanno segreti ed ogni informazione è contenuta in bottiglia ed etichetta, addirittura indicando l’indice di anidride solforosa presente. Temerari!


L’agriturismo conta su storie e prodotti fatti in casa, un regime di autosufficienza che copre oltre il 90% della materia utilizzata, oltre ad essere diventata una nota meta per italiani che si recano in Slovenia non solo per risparmiare sulla benzina, ma viversi una bella serata.

Sono intanto raggiunto da una vecchia amica, non la vedevo da ben 10 anni e dato che siam passati da Wien nel 2011 a Wine nel 2021, devo ammettere, niente male come anagramma!


Entra in scena anche Alex, marito di Simona e motore enologico dell’Azienda, direi che ci siamo proprio tutti adesso, si può scendere in Cantina.

Rampe di scale verso il basso ed è proprio come la immaginavamo. Grandi mura spesse, sequenze di botti e barriques ordinate, qualche strumento del mestiere qua e là, bottiglie storiche. Alex sa il fatto suo, d’altronde è un professionista di 4° generazione. È qui da quando i suoi antenati si sono stabiliti sotto l’Impero Austro-Ungarico, ed insieme ripercorriamo le tappe storiche che ci hanno visti prima uniti e poi, come nel caso della Grande Guerra, nemici e proprio sulla zona di confine.


C’è tanto passato in questo umido sotterraneo, lo dimostrano le vecchie misurazioni di origine celtica e le foto prese dall’archivio. Ma anche qui l’arte trova il suo spazio, concedendosi una macchia d’autore tra una barrique e l’altra con una serie di quadri a testimonianza delle attività e dei workshop che la Cantina organizza proprio con dei pittori.


Dal chiuso torniamo all’aperto. Un totale di 6 ettari di vigneto si distinguono chiaramente tra il panorama che offre la struttura. Il vitigno più coltivato è, non sarete sorpresi nel leggerlo, la Malvasia. Ma adesso basta giri di parole e sorsi d’acqua, siamo ancora assetati ma di vino e conoscenza. Sotto a chi tocca!


Pronti? Si parte, Tocai Friulano. Oh caspita, spiegarvi la storia del perché questo vitigno si chiama così non è semplice e credetemi, non vorrei attirare le critiche di nessuno. Preciserò solo che non si tratta del Tokaji ungherese e che molto probabilmente deriva dal Sauvignonasse francese, un fratellastro brutto del Sauvignon blanc non troppo presente sulle cartine geografiche. Chiarita la sua carta d’identità, adesso spazio alle emozioni.

L’etichetta che lo custodisce si chiama “JAKOT” e prima di regalarci queste note così caramellate, svolge una macerazione di circa 4 giorni e un periodo in botti di acacia di almeno 3 anni. Come dicevo prima, in etichetta è riportata la presenza di solfiti: 9 mg/l. Giusto per darvi un’idea, il limite consentito dalla legge impone un valore inferiore a 150 mg/l… mica male! Il pancino ringrazia.


Lento e graffiante, una nuvoletta sopra le nostre teste ci fa pensare ai pancake allo sciroppo d’acero, al caffè appena tostato, al marzapane.

Nel frattempo si ordina la cena, dal menu il percorso si intitola “ai nonni e le nonne”, anche se nonostante le tradizioni gastronomiche siano rispettate, le porzioni sono più che ristrette. Molte nonne farebbero no no con la testa notandoci sciupati a fine cena.


Ad ogni portata è servito un vino e Simona ci fa cortesia di raccontarci alcuni tratti salienti. Lo stile comincia ad omologarsi bottiglia dopo bottiglia, o meglio, comincia ad identificarsi senza alcun sospetto la mano di Alex, così da riconoscerne lo stile tra mille altri vini dallo stesso uvaggio.

In sequenza si prosegue con Malvasia Istriana 2017, Pinot Grigio dal sapore Alpenliebe, Ribolla Gialla 2017, Quela – Merlot e Cabernet Franc 2014 ed infine una grappa al fico… fico!


A suon di calici e di tavoli pieni l’aria si ravviva, mancherebbe solo qualcuno con la fisarmonica e via che si scende a ballare a piedi nudi tra i vigneti! Ma adesso è tardi, troppo, per concedersi un ballo. Si torna in auto, nostra seconda casa durante questa intensa settimana, si guarda avanti la strada e si ripercorrono le tappe affrontate poca fa. È stato un viaggio sensazionale.




Si rientra in Italia, sotto quelle prospettive in conflitto narrate dall’autore che meglio incarna questo spirito, Italo Svevo, per proseguire, questa volta in Penisola Italica, quel romanzo incompiuto dal nome “corto viaggio sentimentale”, augurandomi di avervi regalato, come recita l’intraducibile parola austro-ungarica “fernweh”, quel senso di nostalgia verso posti non ancora visitati.


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