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QUATTRO VULCANI e una Madonnina

Quattro vulcani al centro, lontani dal proprio cratere e vicini alla Madonnina, da DESCO, ristorante a due passi dal Duomo di Milano. I preparativi rievocano gli elementi citati da Neruda e quindi “datemi il silenzio, l’acqua, la speranza. Datemi la lotta, il ferro, i vulcani”… si parte!

Un unico grande tavolo è disposto in mezzo alla sala, i vini saranno un intreccio tra chi quella terra l’ha calpestata e quel vino lo ha bevuto, mentre tra commensali si discuterà di tutto, partendo da cosa rende tanto speciali questi vini, definiti vulcanici.


Parleremo dunque di mineralità? Per amor del progresso, no! Teorie contrastanti e la mancanza di una prova scientifica testata al 100% manderebbero ancor di più in confusione i nostri ospiti che al contrario, fanno dose di magnesio, potassio e fosforo in quest’incontro proprio come nei suoli del tema della serata. Si abbassano le luci e un nastro led illumina di rosso il centro della tavola, siamo tutti in attesa di scoprire quale sarà il primo vino mentre sta per partire una canzone di Franco Battiato:

MADAUDO – Nerello Mascalese MC millesimato 2019, sboccatura 11/2022

Raccolta manuale, viti allevate ad alberello, versante nord, vista sullo stretto (chissà se un giorno potremo anche dire sul ponte). 24 mesi sui lieviti, brut. La prima domanda che sorge spontanea è: perché? La risposta è nelle parole di Luigi Capuana, lo scrittore che ha interpretato al contrario il famoso detto “vedi Napoli e poi muori”, in quanto nato a Napoli e morto a Catania, perché può accompagnarci sull’interpretazione di alcune durezze del vino e sull’azzardo del produttore nel voler ottenere un MC da Nerello Mascalese, cui si hanno davvero pochi esperimenti: “Bisogna esser duri con sé stessi per creare nuovi valori, per plasmare a proprio talento la realtà. Bisogna esser duri con gli altri, coi fiacchi, con gli impotenti, con gl'incapaci di vivere”.

Ma dove nasce tutto ciò? Sicilia. Quando? 1945. Ok, ora è tutto più chiaro, la guerra è finita e si riprende a costruire. Vicino Catania nasce Franco Battiato e a pochi giorni e km di distanza la famiglia Madaudo avvia l’impresa vitivinicola. A quei tempi la vita di campagna è più vicina all’opera di Verga (anche lui di Catania) che ai riconoscimenti attuali e produrre vino sull’Etna non ha certamente il brand odierno, in quanto il vino è principalmente la bevanda dei contadini che sopportano fatiche disumane e non saranno isolati i casi in cui si sopprimono le varietà autoctone meno produttive per rivolgersi al mercato delle barbatelle per mantener fede ad un unico principio: produttività. Ma per nostra fortuna la natura sa essere più furba dell’uomo e là in fondo su quei terreni che erano stati abbandonati, sopravvive una varietà che ha resistito persino alla fillossera, il parassita americano che aveva gettato nello scompiglio la viticultura europea il secolo scorso: il Nerello Mascalese. Sulle pendici dell’Etna, incontrarsi di nuovo deve esser stato come nella canzone di Battiato, non “la cura” ma un’altra, perché tra il Nerello Mascalese e la famiglia Madaudo si fondono “le nostre anime” in cui cito testualmente: “E' bello rivederti, davvero, scendono inaspettatamente lacrime come pioggia, spontanee, d'allegrie. Riprendiamo il sentiero, con lo stesso cammino verso la stessa meta, nell'aria del mattino".


CANOSO – Soave Classico DOC “Fonte”

Garganega che nonostante i millenni di slang e storpiature mantiene viva la devozione richiamando alla Magna Grecia. Guarda a sud-est, affonda nel basaltico di matrice vulcanica e si concentra sulle bucce poche ore.

Tutto parte da qui, dalla “Fonte”.

Sono passati una manciata di anni dalle guerre d’indipendenza, le disfatte italiane celebrate nelle canzoni trionfanti e nella “costruzione dell’Italia e degli italiani”. Nel 1876 lungo i pendii di Monteforte d’Alpone la famiglia inizia a coltivare orto e vigneti. Passa un secolo e ci ritroviamo nei ’70 dell’Italia che sprofonda nel piombo e il Veneto nella “mala del Brenta”, ma i Canoso continuano a dedicarsi esclusivamente al vino e migrano a “Ca’del vento”, l’unità più piccola dell’area del Soave, ricca di fossili e terreni che dal grigio passano al rossastro, famosa per… ça va sans dire, le sue correnti. Oggi contano 12 ettari e 70,000 bottiglie, un moscerino se si considera la vicina cooperativa di Soave, tra le più grandi in Europa. Vino e vento continuano a soffiare da questo piccolo enclave a pochi passi da Arcole (con la l… Cribbio!) in cui viene riconosciuta la prima DOCG del Veneto, il Recioto di Soave ed infine, nel 2019, il riconoscimento di “Ca’del vento” come Cru, di esclusiva proprietà della tenuta.


CASA SETARO – Piedirosso Vesuvio DOC “Fuocoallegro”

Piedirosso allevato a guyot sul versante sud, a piede franco e con vista Capri. Affinamento in anfora e successivi 6 mesi in botte grande di rovere francese. E quella vista Capri? Inverti la prospettiva, sei sull’altra sponda del Caruso di Lucio Dalla e stavolta l'isola è il tuo punto di partenza. Dalle mura rosse del suo villino di Capri il maledetto toscano, Curzio Malaparte, ammira il vulcano e nella sua opera maestra, tanto brutale e realista da essere inserita nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica, “la pelle”, dirà di quei vini: “aveva un sapore delicato e vivo, che sfumava in un aroma soavissimo d’erbe selvatiche: ed io riconobbi in quel sapore e in quell’odore il caldo respiro del Vesuvio, il fiato del vento sui vigneti d’autunno sorgenti dai campi di nera lava e dai monti deserti di cenere grigia, che si stendono intorno a Bosco Treccase, sui fianchi dell’arido vulcano. E dissi a Jack: Bevi. Questo vino è spremuto dall’uva del Vesuvio, ha il sapore misterioso del fuoco infernale, l’odore della lava, dei lapilli, e della cenere, che han sepolto Ercolano e Pompei. Bevi, Jack, questo sacro, antico vino”.


AMIATA – Montecucco Sangiovese DOCG “Lavico”

100% Sangiovese di alta collina (circa 500 slm) piantato sul monte Amiata in quella che fu un tempo definita “la conca d’oro” visto il fiorente commercio e la fertilità dei suoi terreni. Allevamento a cordone speronato, raccolta manuale e macerazione di min. 30 giorni, poi 36 mesi di barrique di rovere francese. Montecucco, vi dice niente? Siamo in Toscana, nella stessa regione in cui il Sangiovese ha visto nel Chianti oltre la leggenda del Gallo Nero una delimitazione ufficiale dei confini nel 1932 mentre a Montalcino c’è un trisavolo di Biondi Santi che nel 1865 vince due medaglie d’argento per quel vino denominato “brunello”. Qui in provincia di Grosseto, però, ci sarà da attendere il 2000 per la nascita del Consorzio Montecucco e il 2011 per la DOCG. Ma dove siamo, in una fiaba? Forse, tanto è vero che il film Pinocchio, quello con Benigni per intenderci, è stato girato proprio in queste vallate tra i boschi e la terra nera dell'antico vulcano mentre Collodi, che in realtà non si chiamava così, ci fornisce un'ulteriore parafrasi di questo intreccio vino-fiaba, vuoi sapere perchè? Perché questo Sangiovese che poteva bruciare i tempi con qualche bugia, spacciandosi per un quasi Chianti o un quasi Brunello, nonostante abbia incontrato lungo il percorso il gatto e la volpe (il mercato), ha imparato la lezione, ha dimostrato il suo coraggio e oggi si mostra a voi con la sua vera identità, quella viva di un vulcano.

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