Quando il Pallagrello vede SPARTA CONTRO ATENE

Cosa ricordate del famoso conflitto del Peloponneso? Poco, molto poco. Come dimenticare però le due fazioni, Sparta e Atene? Sparta guerriera, Atene saggia.

Adesso però spostiamoci dalla Penisola ellenica, da Frank Miller e da Leonida, siamo qui per parlare di vino, anche se questi due elementi ci torneranno molto utili per analizzare due correnti della viticultura italiana.


Non siamo in Grecia, bensì a Caserta, poco distanti dal Falernum tanto amato dai romani e molto vicini alla pizza del campione Franco Pepe (Pepe in Grani). È proprio qui che Autoctono Campano atterra, dove Caiazzo rima con andazzo, lo stesso che ci ha portati nuovamente alla scoperta dei vitigni figli di un Re spodestato.


Spartana perché come recita la Treccani conduce una vita “conforme a principi di sobrietà e severità” è Paola Riccio, vignaiola che da Sparta ha acquisito lo spirito combattivo e dalla sua Caserta l’animo ribelle, come due millenni fa il trace Spartaco che da questi territori infiammò una delle più famose rivolte conosciute nella storia.


Atene invece sarà la Polis costituita dal saggio Alois ed il prodigio Piccirillo. Da anni tramandano cultura nei territori a loro conosciuti e gli si riconosce il merito di aver diffuso la democrazia, la scienza e l’innovazione tecnologica.


Sarà quindi un conflitto tra Sparta contro Atene? Tutt’altro, a minacciare la culla del vino casertano non ci sono Dario I e Serse, bensì la debole IGT Terre del Volturno che obbliga, nonostante le visioni diametralmente opposte, le due fazioni ad un’insolita collaborazione per far riemergere, o meglio risorgere, quel difficile e inflazionato territorio una volta conosciuto come Campania Felix.


SPARTA – ALEPA

una Lara Croft nell’enclave enoico casertano le cui doti da guerriera, non ultima la perseveranza, fanno ricordare come detto prima ad un altro mito della sua terra: Spartaco. Ecco chi è Paola Riccio.



Vive nella natura e colora i tini con la stessa unicità del suo spirito. È una donna forte, di quelle capaci di lavorare per 3 persone o come dice il detto, chi fa da sé fa per tre, rimanendo comunque aperta al dialogo e attenta ai cambiamenti ecosistemici.


Ama gli animali ed è amata dagli stessi, per fortuna qui non finisce come nel racconto di George Orwell, anzi, sembra Paola abbia brevettato un particolare modello di convivenza uomo-natura in cui oltre alla fauna, è generosamente ricambiata dalla vigna e dall’orto da lei quotidianamente curato.


La sua ALEPA nasce su quella che definisce una “casa di campagna” ed essendo una sentimentale dedica alla stessa una storica etichetta a base Greco e Falanghina. Ma l’attrazione su di lei verte su acini perfettamente sferici e seppur non esista un metro di paragone per questa storia né per la collocazione dei suoi vini tanto apprezzati nel Sol Levante, soffermiamoci su tre elementi che rendono Paola Riccio la First Lady del Pallagrello:


NATURA:

Uliveti, colline che spiano il beneventano ed una grande casa che ricorda vagamente la serie americana THE O.C. con tanto di piscina, ecco dove nasce il RICCIO BIANCO! Affettuosa e un po’ lunatica verso quell’appezzamento di Pallagrello bianco che tanti sforzi richiede, Paola autocelebra l’autoctono locale con un’etichetta che non lascia troppo spazio alla fantasia, ma ci proietta nella maniera più schietta verso la sua filosofia. Colori Vivi, profumi che ruggiscono e costanti metamorfosi al calice, il Riccio Bianco non è assolutamente da giudicare al primo sorso. Il palato gioca molto su ingressi taglienti e chiusure incenerite, in pratica inizia con un tuffo al mare e termina davanti ad un camino, è proprio vero che non esistono più le quattro stagioni!


CALORE:

Quel fuoco che arde ma non brucia, così come l’inimitabile D’Annunzio o L’ERETICO, la particolare didascalia che ritroviamo sotto al PRIVO, Pallagrello bianco macerato. Di bianco ha ben poco, non saprei se definirlo orange ma sicuramente la lunga macerazione sulle bucce l’ha reso di un piacevole ambrato che ricorda uno Sherry. Il primo assaggio, anche qui, non va confuso: come al primo Sanremo si scagliarono contro Lucio Battisti per quel tono da “chiodi in gola”, anche il Privo può destabilizzare alla prima rotazione. Occorre quindi comprendere prima di individuare le proprie metriche, d’altronde si chiama l’eretico, non poteva mica essere un vino facilone. Io lo trovo un fantastico esempio di ribellione ai canoni standardizzati, ai colori limpidi ed alle nuance costruite, da apprezzare qua sono infatti la gommosità e il bipolarismo, puntura di ortica sulla lingua e l’aloe vera in gola. Paola sei un genio, ribelle, ma pur sempre un genio!


UNICITà:

Come lei, come la sua cantina e come i suoi vini, quale altra parola potrebbe meglio descrivere quest’Azienda se non: unica. Concludiamo quindi questa raffica di sensazioni Made in Riccio descrivendo il vino di apertura, prontamente sboccato a la volèe da un susseguirsi di avventori, tutti fortunatamente vittoriosi nell’impresa. Non ha nome, se ne conservano le annate ma su un quantitativo di bottiglie davvero ridotto, ancor più esiguo dopo il nostro passaggio. È l’INNOMINATO, ma non c’è da temere, non è il personaggio al soldo di Don Rodrigo, bensì la Riccio Gym che con cadenza annuale sperimenta nuovi esercizi di workout da proporre ai propri vitigni. Memorabile un Pet-Nat 2017 da uve Falanghina e Greco che a bolla fresca ricordava una Sprite alcolica. Avanti su, chi non vorrebbe assaggiarne una?!


Il Guerriero Riccio depone le armi per regalarci un abbraccio, che spiccato senso dell’onore e che coraggio, ora che ci congediamo mi ricorda vagamente Tom Cruise ne “l’ultimo Samurai”. Che fortuna essere passati di qua, mi auguro solamente le si possano riconoscere i meriti subito e non come spesso accade in Italia, post mortem. Di un famoso condottiero sepolto qui vicino la lapide recita “Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes”, ma questa non è Lago Patria dove Scipione si scaglia contro l’Impero romano, qua siamo a Caiazzo e quindi parafrasando Pino Daniele, vi inviterei ad andare a conoscere Paola Riccio, “nun ce scassat o’Caiazzo”.




ATENE – MASSERIA PICCIRILLO e ALOIS

Il sapere, quale termine più calzante a descrivere in una parola Massimo Alois, l’indiscusso pozzo di conoscenza dell’alto casertano. Lo conosco da quella degustazione a Pompei in cui sbracciava come un direttore d’orchestra e mostrava in stile reliquia dei barattoli ma tranquilli, nonostante il contenuto fosse marrone si trattava di terreni, mica son quelli di Piero Manzoni! Ma oltre ad essere un affascinante oratore, Massimo è anche un attento osservatore e fine ascoltatore, ecco perché al suo fianco ritroviamo spesso Giovanni Piccirillo, enologo new age dell’omonima Masseria. Carattere da supereroe della Marvel, Super Gio nasce con un dono speciale, ma è andato in giro in lungo e in largo prima di rivelarlo.


Ha girato il mondo, fino in Canada, per raccogliere quelle energie che adesso trasmette nei propri vigneti e conclude gli studi con una tesi sperimentale sulla spumantizzazione del Pallagrello.


Una vita di albe in vigna e nottate in Cantina, quella che lui definisce “palestra” è per noi eroico, ma attenzione non inteso sotto il profilo di condizioni estreme in vigna, bensì condizioni estreme di vita che lascerebbero guardare altrove una persona comune, ma non lui che continua a mettersi al servizio di un intero territorio, affermandosi non solo come professionista, ma anche come nuovo pilastro per la regione Campania insieme al collega Alessandro Fiorillo.


CULTURA:

Un’arma di seduzione di massa ben adoperata da Alois e, di riflesso, da Giovanni Piccirillo. Una cultura che ammalia anche quando si parla di Pallagrello, un vitigno che ad analizzarne il nome non lascerebbe troppo spazio al romanticismo. Eppure Alois, da buon tessitore come la sua stirpe, comincia a ricamare storie di nobiltà e di ingegno, mentre Piccirillo, forte dei suoi esperimenti in palestra, ne esibisce il pedigree in chiave sentimentale.


Un mix di informazioni che è riuscito l’anno scorso ad incantare anche Rachel Johnson che, di sua iniziativa, ha voluto omaggiare il fratello Boris con una bottiglia di Pallagrello bianco recapitandola direttamente al civico 10 di Downing Street nel giorno di Natale.


E se a Londra si beveva Pallagrello a Natale, anche qui a Caiazzo c’è aria di festa perché a coprire la tovaglietta ce ne sono ben 2: il primo svampa iniezioni vulcaniche, mentre il secondo rilascia forti e robuste sensazioni olfattive come le radici che affondano i terreni calcarei. Il primo vino si chiama CAIATì ed è la combinazione di due masse separate della nascita, in cui una mantiene viva la freschezza in acciaio mentre la controparte si addolcisce cullata dal legno. Sento la rugiada sulle foglie, o come nel romanzo del Vate, la pioggia nel pineto. L’esemplare di casa Piccirillo verte invece su sfondi maggiormente agrumati, fragranti, da mordere come se a tavola ci fosse un bergamotto.


FASCINO:

Una dote che, come già menzionato più volte, non manca a questi due rampolli dell’aristocrazia vitivinicola casertana. Sembrano due Viceré usciti dal romanzo di De Roberto e dunque, i nostri Don Giacomo e Consalvo Uzeda, lasciano che sui due calici vuoti sia versato il proprio testimone di Pallagrello nero. Massimo lo rinomina CUNTO ed è al sorso quel che più si avvicina alla canzone della Vanoni “rossetto e cioccolato”, mentre il clone nero è suggestivamente proposto da Piccirillo sotto un abito rosso Valentino, esalazioni tra il roccioso ed un cestino di ciliegie, tannino snello e mantello lungo sulla lingua.


INNOVAZIONE:

Perché da qualche parte bisognava pur partire, dato che il Pallagrello ha l’handicap di essere un totale sconosciuto ai più ma il beneficio di non esser stato inflazionato ad illogiche manovre di prezzo, lasciando quindi campo libero a nuove iniziative.


Come non aspettarsi, quindi, dal giovane Piccirillo, un prodotto fuori dal comune? Eccolo servito: PRIMA GIOIA, un Pallagrello bianco spumante MC con affinamento sui lieviti di circa 18 mesi. Sul “prima gioia” non sto a dilungarmi, credo sia facilmente intuibile il perchè del nome in etichetta, mi concentrerei piuttosto sulla gioia. Preso da questa, Giovanni, con un sorriso stampato che non è riuscito ad abbassare durante l’intera degustazione fa una corsa in cantina e rientra. Ha con sé tra le mani proprio quella Prima Gioia, uno degli ultimissimi esemplari oggetto della sua tesi e, con fare hollywoodiano tale da farmi pensare sia parente alla lontana di Di Caprio (il buon Leo ha origini casertane, ndr), piega le ginocchia, aspetta la bolla d'aria ed apre à la volée un qualcosa che sono certo per lui sia stato molto di più di una bottiglia di vino.


Che gioia per noi poterla degustare insieme e, nonostante gli anni accademici siano ormai lontani e qualche traccia su quel vino ce lo ricorda, noi brindiamo a te compiaciuti. Continua così, come Di Caprio, prima o poi l’Oscar toccherà anche a te, stanne certo!


Ed ora che la cena, la degustazione e l’evento è finito, dovremmo forse scegliere da che parte stare? Ma perché mai?! Sparta o Atene, qualunque sia la vostra fazione prescelta, sappiate che entrambi, come nel featuring “Ghetto Gospel” a cura di Elton John recitano “Those who wish to follow me, I welcome with my hands”, quindi non perdete quest’occasione: Caiazzo non è poi così un posto del Caiazzo!





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