NON È UN PAESE PER VECCHI - Vigne Irpine

Aggiornamento: ott 24

Terra di fieri pastori che si contrappone ad una (quasi) immortale classe politica di fine boom, uno stendardo che ritrae un lupo e greggi di pecore tra le sue strade secondarie. L’Irpinia, la STATE OF WINE campana, avrà compreso dopo millenni di metamorfosi, un devastante terremoto e secoli di emigrazione che “non è un Paese per vecchi”?

Esatto, proprio come nel film dei fratelli Coen, ma come suggeriva David Bowie “This is not America” e sembra proprio si provi un certo gusto ad adagiarsi sulla situazione di arretratezza in Italia, ancor più accentuata qui in Irpinia.


Che tu voglia semplicemente raggiungerla o percorrerne un tratto, sembra di imbattersi nella Parigi-Dakar, il che è quantomeno concesso trattandosi di un’area green (da qui l’appellativo talvolta in uso “la verde Irpinia”); ma come rendere fruibile questa meraviglia che in fin dei conti dista soltanto a stone’s throw from Napoli, Caserta e Costiera Amalfitana, senza dover per forza fare tappa da un carrozziere?

Secondo il massimo esponente del Regno della DOCG di Avellino è tempo di avventure: la soluzione sta in un parco tematico chiamato DINOPARK!

Ussignur, come direbbero i miei amici d’oltreappenino, si è realmente pensato di rivitalizzare un’estesa regione caratterizzata dalla microimpresa artigiana e contadina con quest’americanata? Dinopark? Forse dimenticate che qui da alcuni millenni scorre una miniera liquida chiamata VINOPARK.


Una concentrazione di altissime tirature di bianchi blasonati, cui il Fiano ed il Greco scattano proprio da quest’anno nella categoria upgrade “riserva”, oltre alla produzione del superbo rosso, la versione Super Sayan dell’Aglianico: il Taurasi. Esatto baby, ho detto Taurasi, non “Barolo del Sud”, cribbio!


E se non arriva dall’alto né da fuori, la soluzione non può che venire dal suo interno. E quindi eccola che pian piano si svela come nella settimana enigmistica, conducendoci nell’esatto centro delle sue 3 DOCG. La verve irpina che non ha bisogno di mentire già dal nome, chiaro come il patrimonio che coltiva, mentre divide come su di una bilancia da un lato l’impegno e la ricerca accademica, dall’altro lo sviluppo enoico.


Si chiama Vigne Irpine.

A metà tra una via di passaggio e un verso l’infinito e oltre, ingombra di serbatoi e botti ciò che era un tempo il Palazzo delle poste. Suggestivo vero?!


Corrispondenza e lettere d’amore in viaggio verso i due mari hanno attraversato queste mura per decenni, rilasciando in questo luogo un’atmosfera a tratti mistica ed anche noi, nell’avvicinarci, più che Sommelier assumiamo l’aria del postino interpretato da Massimo Troisi. E dentro sembra davvero di ritrovar anche Pablo Neruda, tanta è la poesia impregnata tra i passaggi che ci accompagnano tra una sala all’altra.


Una cattedrale nel deserto? Tutt’altro; persone oltre le cose, come recitava una pubblicità Conad. E la produzione? Ripeto il nome: Vigne Irpine!

NO FAKE, NO BLEND. Una versione avellinese del più celebre slogan “No Pain, no Champagne” dipinto tra le colline di Santa Paolina, in cui il mercato da fuori osserva ed ascolta, senza imporre i suoi canoni. This is Irpinia Land, prendila così.


Da dove partire quindi? Non basterebbero le pagine che Tolstoj ha dedicato a “Guerra e Pace” per narrarvi fedelmente tutto di questa Realtà, e si sa, gli italiani non hanno mai amato i mattoni russi. Evidenzierò quindi solo alcuni tra i tratti distintivi che, a mio avviso, rendono Vigne Irpine un abitante “fuori dal gregge”.


Innanzitutto, l’iniziativa è stata presa non troppo tempo fa (e mi permetto di dire finalmente, non se ne può più di leggere 3°/4°/5° generazione di default) da un celebre autoctono nonché membro di un triumvirato enoico noto per aver diffuso la conoscenza dell’Irpinia nel mondo. Ma c’è di più, c’è anche lei, una Lady cui il mio scarso vocabolario non trova termini adeguati, ma è capace di modificare il ritornello di Lucio Battisti da “non è Francesca” a “grazie Francesca”, tanta è la gratitudine nei suoi confronti.


Vi lascerò inoltre un elemento sorprendente, per nulla scontato in quest’area: l’intero processo di spumantizzazione è gestito internamente, dall’uva al prodotto finito. Niente conferitori dell’altra sponda, che in gergo significa del versante sannita, niente “me lo fa un amico”. In Vigne Irpine vige una massima dannunziana sulle bollicine: “Io ho quel che ho donato”, chiaramente riferendosi al produrre solo ed esclusivamente ciò che in un anno di lavoro la terra vorrà restituirgli in frutto.


Come dite, non siete sorpresi? Bè certo, ai nostri amici di Conegliano Valdobbiadene è concessa una risata a riguardo, ma in Campania questo non fa assolutamente ridere, anzi. Qui dove piuttosto che ridefinire le Denominazioni per elevare le produzioni di spumante si preferisce comprare da fuori o manipolare da dentro, generando una situazione asimmetrica in cui le bollicine campane non competono sul mercato per territorialità, bensì per prezzi al ribasso, finendo in scontri impari proprio contro il Prosecco, contribuendo alla follia dell’italiano medio che ne conia un neologismo ed indica per Prosecco una qualsiasi forma di spumante.


Quindi, per solleticare il palato con un qualcosa di unico, concedetevi una batteria di spumanti da vitigni locali e chiedete in Direzione il significato delle parole “processo” e “filiera”. I loro occhi non vi mentiranno e sono sicuro che tornerete con quel quid in più che non vi farà più pronunciare la parola “spumantino” al bar. Bolle e non balle!


Vigne Irpine è dunque una storia a lieto fine? No, ma è una base su cui partire, per connettere un mondo rurale a quello globalizzato, in cui i giovani sono designati nel custodire l’arte sacra locale, ovvero quelle reliquie enoiche da mostrare al mondo intero. “Sembrava impossibile ma ce l’abbiamo fatta” diremo fra qualche anno, non più riferendoci allo spot Montenegro, bensì all’impresa avviata da questi lucidi sognatori. Ne ho pienamente fiducia.


E se non posso lanciare un vero e proprio appello alla meravigliosa comunità irpina, vorrei almeno ricordare le parole di un loro illustre concittadino che sfidò il sistema, Guido Dorso: «No, il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia; non chiede aiuto, ma libertà. Se il mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da sé stesso, con la sua libera iniziativa e seguendo l'esempio dei suoi figli migliori, tutto sarà inutile».

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