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FIVI'S FIVE - 5 anime indipendenti

I 5 migliori assaggi di una fiera contenente circa 900 produttori? Non su queste pagine.


Piuttosto una riflessione su 5 anime di questa Federazione che, raccogliendo le volontà dei vignaioli sotto l’egida di una disciplina simile a quella dei Récoltant manipulant in Champagne, è inviata verso una crociata che, contrariamente a quella dei poveri di Pietro d'Amiens, avanza velocemente sotto la direzione del neo presidente Cesconi e lega tematiche inerenti alla viticoltura a un pubblico sempre più smart… mentre le affermate fiere mainstream assistono al cambiamento camuffando una serena curiosità.

Nata solamente nel 2008, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti si ritrova ad oggi composta da un’anima sempre più complessa e forte di un crescente apprezzamento su più fronti, indice di una matrice trasversale che gli ha permesso di offrire durante l’ultima edizione del Mercato FIVI di Piacenza un tris molto apprezzato dai produttori e gli appassionati: vendita, presenza fisica, approfondimenti.


Banchi sobri presenziati dai vignaioli stessi, listini ben in vista e una sequenza di Masterclass condotte ancora da loro, i vignaioli. Spazi troppo piccoli per contenere il traffico dei carrelli e lunghe file all’ingresso, queste le principali lamentale. Poca cosa in confronto a manifestazioni storiche in cui non si sa più se bisogna andarci per piacere, per obbligo o per rimediare i contatti di quella figura mitologica denominata “buyer” affidandosi a riti voodoo o tecniche di spionaggio del vicino.


Graziati da un periodo a loro favorevole o premiati per aver definito un focus ben preciso, la cruda verità è che FIVI ci ha fornito piccoli spunti che miscelano marketing e territorio molto meglio delle tante progettualità ascoltate facendo zapping tra forum e palinsesti del vino in giro per l’Italia.


Ma chi sono questi ribelli FIVI? Non saprei… come poter classificare o descrivere soggetti autonomi, ognuno con la propria storia, intenti nel proprio piccolo a cambiare, per sé e per il proprio territorio, una porzione ben più ampia di cultura e conoscenza con la sola forza del proprio vino?

Ciò che ha sicuramente colpito gli avventori di Piacenza è proprio questo: lo spirito.

Eccone allora alcuni, cinque, così da riportare la poliedrica anima di questa Federazione indipendente… la FIVI’s FIVE:


GLASSIERHOF – il country

La prima frase che si legge è “Bio Wein aus Südtirol”, ma dimenticate l’accento di Alex Schwarzer e il look montanaro del nonno di Heidi. Qui c’è Stefan Vaja, da 9 generazioni circondato da questa muraglia alla quale è talmente affezionato dal trasmetterla in accezione positiva, in quanto “glassier” significa “clausura”. Il sangue austro-ungarico non tradisce un pragmatismo e una dedizione al lavoro che ha attraversato i secoli e ha visto la sua famiglia, come Hemingway in “addio alle armi”, reporter del primo conflitto mondiale spaccato su due fronti. Ma adesso che la guerra è finita e il freddo è fuori l’uscio, col suo maglione a trame fitte ricerca in quelle vallate di porfido piccole produzioni identitarie, legandosi romanticamente a quanto seguito in prima persona dalla barbatella al cartone. Un romantico che parla tedesco? Forse dimentichi lo “sturm und drang” nato proprio in Germania, avamposto del romanticismo in Europa. Fine della chiacchierata, si versa. Lo Chardonnay è raccolto a metà settembre e affina in barriques, il Pinot Bianco in cemento mentre il Sauvignon Blanc, cortesia della casa, è offerto nell’annata 2011 in versione Magnum. Niente male il vecchietto proveniente dal vigneto “Geboch”!


MASSIMAGO – lo yuppies

Abiti di Armani e quadri di Basquiat, era questa la doppietta dei dandy della finanza di qualche decennio fa. Mantiene quell’eleganza, ma senza nostalgia si declina ai tempi moderni, il rampante, attento e dinamico Massimago che, partito da un garage, ha conquistato il proprio Maximum Agium. Uno straordinario connubio di quote rosa e successo imprenditoriale, concretezza e saper fare, collocandosi in alto pur rimanendo piccoli, eleganti anche da vignaioli, coerenti pur senza indossare la camicia a quadri di flanella. Li avevo conosciuti già in diverse occasioni, ma se la “linea nobile” mi aveva stupito per le etichette e lo storytelling, è sull’Amarone della Valpolicella BIO 2017 che si pone l’accento, ritrovando tra le altre cose, una strepitosa descrizione sul loro sito cui non mi permetto di aggiungere altro.

Mappatura dei suoli, innovazione tecnologica e più forme di accoglienza ed esperienza, ecco i 3 ingredienti del successo di Massimago, the Wolf of Mezzane.


RONCH DAI LUCHIS – il ricercatore

Sono bastati 2 minuti d’ascolto per identificare questi due giovani: i ricercatori italiani! Quelli che da noi prendono schiaffi e paghe da fame ma appena varcano il confine si realizzano e vengono rimproverati come “fuga di cervelli”. Loro, per nostra fortuna, sono rimasti qui, con la testa e con le braccia, senza perdersi d’animo anche se si comincia con pochi mezzi. Dilettanti allo sbaraglio? Non proprio. Quell’arena ha raccolto circa 250 anni di cronologia della stessa famiglia, tanto da esser ripresa nel nome in forma dialettale, per l’appunto “il casale dei De Luca”… e come ci si poteva aspettare, il vino non è stata una moda dell’ultimo decennio. Lui però, Federico, come Jeff Bezos, parte dal sottoscala di casa, con l’unica differenza che il suo affaccia sui vigneti e come un suo conterraneo, Primo Carnera, vuole sferrare pugni potenti e conquistare il proprio primato. Ci riesce da quel flysch di collina, mettendo a segno il primo Verduzzo Metodo Classico, un vino preciso e ben al di sopra delle aspettative trattandosi di un esperimento. Da approfondire con interesse mantenendo pur sempre, come Umberto Saba in “quello che resta da fare ai poeti”, il distacco dalle esagerazioni e trasmettendo sempre la realtà dei fatti.


BAJAJ – il karateka

Conosce bene la disciplina, guai a sottovalutarlo o a confondersi con lui. È Adriano Moretti, Sensei del Roero e patron dell'hospitality in Cantina Bajaj. Alle domande che accomunano “Roero e Barolo” potrebbe reagire come i nipponici che confondono “Giappone e Cina” e visto il temperamento non sempre da Dalai Lama, si è premunito di una vistosa cartina in cui è rappresentata l’area, anzi, le aree nell’area. L’argomentazione è il suo pane quotidiano, il vino la sua strada maestra. Spettinato, riflessivo e alla mano, diluisce grandi nozioni e una buona tecnica con quel linguaggio da grigliata con gli amici, eliminando completamente le distanze tra noi e il suo Roero. Ci tiene alla sua famiglia e al suo vino, seguendo una logica di miglioramento continuo e filosofia “sottrattiva” in cui si persegue la logica del bene senza maschere e senza eccessi. Si espone con consapevolezza ad ognuna delle etichette disposte davanti a lui, ritrovando nell’Arneis un perno su cui ruotano diverse espressioni e una severa condanna. Arneis secondo Bajaj? Angeli e demoni come Dan Brown. Non è come lo si vuol dipingere, dietro quel vestito candido c’è un demonio che solleva sabbia, polvere ed emana note verdi! Più bosco e meno storielle quindi, sia nei vini sia nei luoghi, in cui il Roero si pone come l’equilibrio giusto tra intersezione uomo-natura, senza stravolgimenti e con la consapevolezza delle proprie peculiarità. Prima o poi la ruota della fortuna gira per tutti e sono sicuro che questo giovane vignaiolo che preferisce l’azione ai lustri e le targhe, sarà l’emblema di una nuova generazione di imprenditori olivettiani. Già, perché il grande Adriano è nato non troppo distante da queste colline e contrariamente al Re del Cashmere che ha preferito Cotarella e il taglio bordolese, l’omonimo di Monteu Roero seppur stia recitando l’ultimo sonetto di “Goodbye Favorita” non ha perso di vista ciò che circonda e sviluppa un territorio: la comunità.



DEI PRINCIPI DI SPADAFORA – il verista

Un saggio moderno, affascinante, dall’innata eleganza e quel richiamo al teatro tipico della sua terra. Lo ricordo da un vecchio Merano Wine Festival in cui, preso da una nutrita folla, non ha perso minimamente il filo (e la pazienza) nel trasmettermi tutto ciò che avevano visto quegli occhi e toccato quelle coscienze. Non deve essere semplice emanciparsi dalle colline di Contrada Virzì, in cui le pagine del primo capitolo iniziano con Don Pietro: non una semplice dedica, non un semplice vino. Sulla melodia di queste parole pronunciate dallo stesso Francesco, il figlio, sarebbe impossibile bollare tutto con un banale “tradizione e innovazione” in cui l’ennesimo nome familiare è comparso in etichetta. Qui si tratta di un primo vigneto sperimentale, in anni in cui il vino era “lavoro della terra” e si voleva capire come i rossi reagissero su “zone da bianco”. Sprovveduti? Non saprei, ma sempre meglio dei miei conterranei irpini che nell’80 alla terra hanno preferito il cemento. Tornando al Don Pietro, il primo vino prodotto dalla storia avviata nel 1993, cosa possono le mie considerazioni davanti a un Maestro? Mi limiterò ad annunciarne i vitigni e rimandarvi alla completissima scheda tecnica (corredata da video degustazione) sul loro sito. Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, Merlot…. Un Super Sicily? Per carità, Dei Principi di Spadafora hanno un’identità ben precisa e guai a giocare con i parallelismi e i confronti. Lui stesso racconta: “Don Pietro non è solo un vino, ma è la molla che ci ha fatto nascere produttori di bottiglie di vino. È la molla che ci ha trasmesso la tenacia per produrre, anno dopo anno, senza fare sconti a nessuno… ed è la nostra consapevolezza”. Lui ed Enrica sono sicuramente il verismo che sopravvive in Sicilia, ben lontani dal “ciclo dei vinti” di Verga e vicini al “profumo” di Luigi Capuana.


Finisce qui l’animo cosmopolita e dirompente di quasi 900 produttori inferociti in Fiera? Assolutamente no, ma con buona pace degli illustri Pojer e Sandri, Marta Valpiani, Cantine del mare, L’Annunziata e co. abbiamo optato, dopo attente osservazioni, per un biglietto di solo andata presso le loro Cantine e continuare in loco il racconto, come sempre, con penna e calice alla mano.


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