BACCO, TABACCO E VENERE per viaggiare da Sparta a Taranto

Aggiornamento: 6 apr

In Italia non abbiamo ben presente il concetto di terroir, né tantomeno ci siamo adoperati affinché vengano riconosciute le condizioni per tale appellativo. Eppure, in un tempo lontano, quei fattori si erano già verificati andando ben oltre la semplice correlazione vitivinicola-climatica-territoriale in quanto nell’Italia della leggenda, il mito si fondeva tra vino e popolo.


Scorrendo verso Sud la cartina geografica dello stivale fino al tacco, quell’area nell’area in cui riaffiora il mare nel mare fu già nell’VIII secolo A.C. il luogo prescelto per avviare una Polis dall’ineguagliabile splendore socio-culturale. Stiamo parlando di Taranto, la “terra di mezzo” tra Salento ed il suo Mar Piccolo.

Dai fasti risalenti all’epoca spartana, però, un rigore senz’altro meno “spartano” l’ha trascinata – a fasi alterne – all’attuale decadenza, schiacciata in un pugno di terra rossa che si sbriciola e non distingui più se sprigioni gli aromi dei suoli ciottolosi o le polveri che l’hanno avvelenata.


Perché parliamoci chiaro, se oggi nomini Taranto il pensiero va subito lì: all’ILVA, quell’acciaieria che non si chiama più così ma che i problemi ha lasciato tutti lì, anestetizzando un’intera comunità in lotta fra loro nella speranza di aggiudicarsi l’uno piuttosto che l’altro diritto fondamentale, salute o lavoro, come se non debbano essere pretesi obbligatoriamente entrambi.


Ma di chi è la colpa? Non saprei, io qui ho provato sensazioni diverse, le linee del mare si intrecciavano nei sorrisi di donna e le uniche lacrime che ho visto scorrevano lente sulle pareti del calice.


Sono partito da via Anfiteatro, dove il cuore resta incatenato alla propria Taras nel segno di un sogno che vorrebbe realizzarsi ancora, per raggiungere i vigneti di Primitivo poco più distanti dal mare, dove due diverse confessioni, quella religiosa e quella enoica, trovano in egual modo devozione: Faggiano, città gemellata con Betlemme da un paio d’anni e da altrettanti millenni con il Dio Bacco.


Qui mi si presenta Tenuta Zicari dalle origini, narrate dalla voce di Anna Maria: un casato antico, origini siciliane, due figlie ed un’intera governance in rosa.

Un giro attorno all’antica masseria e ci ritroviamo davanti ad un tavolo e diverse bottiglie. Sembrano uguali perché è una stessa etichetta ad avvolgerle ma attenzione, sotto menzionano tutte il medesimo vino, Primitivo di Manduria DOC, ma sopra la prima recita “Apulus”, un inno al popolo di Puglia, la seconda “Patruale” ed evoca il tramandarsi delle storie che l’hanno generata, ma mi soffermo su “Calabrigo”, riportando integralmente ciò che la retro etichetta indica:


“La leggenda narra che al centro del terreno nel quale si raccolgono queste uve, nacque un albero di pero, in vernacolo, Calabrigo. Ad ogni primavera l’albero si riempiva di bellissimi fiori che producevano frutti copiosi. Le donne, avendo preso l’albero come simbolo di abbondanza, lasciavano il lavoro nei campi per ammirare la sua imponente fioritura e ritornavano a novembre per festeggiare Santa Cecilia, l’inizio di un nuovo anno per il lavoro nei campi. Donna Ines Zicari, scoperta questa leggenda, decise di far tramutare l’albero, ormai troppo vecchio ed infruttifero, in una statua raffigurante Santa Cecilia. La statua é stata donata all’antica cattedrale di Taranto dove, ogni anno, il 22 novembre, viene trasportata dai fedeli in processione per le strade della città vecchia, dove tutti possono ammirarla e seguirla.”

Come poter affrontare quindi una degustazione tecnica senza tener conto di questi fattori, questo spirito, questo connubio che unisce mente e cuore di popoli che per secoli si sono tramandati, tra credenze e verità, l’arte di produrre vino Primitivo? Non chiedetelo a me.


Non bisogna temere né condannare un giudizio, ma un voto da uno a 100 (in cui per non offendere nessuno si tende ad oscillare sugli 85 pt.) non può rappresentare una simmetrica verità sul vino in questione, il suo contesto territoriale, la sua lavorazione e non ultimo la competenza del giudice.


Ai numeri, lo sapete, prediligo le parole.


Occorre poi riconoscere il grande lavoro della Puglia sullo scacchiere nazionale e, visto il passato da “donatore di sangue etilico” (Bordeaux, Piemonte e Toscana ringraziano), il processo di riqualificazione di quell’area un tempo famosa per la produzione di “vinum tarantinum”.


Ciò detto, piccola premessa: ho avuto modo di assaggiare lo stesso vino 3 volte ed il mio giudizio è cambiato in tutte le occasioni anche in maniera sostanziale. Perché? Lo sapete benissimo, per quanto alcuni punti fissi, o in questo caso frutti rossi, non li smuovi, esistono componenti che alterano il nostro giudizio in cui anche lo stress, la temperatura esterna, la scelta del calice, la propria consapevolezza e non ultima l’emozione può confermare o ribaltare il risultato per dirla alla Borghese.


Ma adesso su il sipario, eccoli di seguito, tre gradi di giudizio per Apulus – Primitivo di Manduria DOC 2017 allevato nella contrada di Cimino su un sistema d’allevamento a spalliera per un numero di esemplari inferiore alle 5000 unità e rigorosamente superiore ai 14.5°:


ASSAGGIO No. 1 (Taranto - luglio 2020): entusiasmo a mille, orecchie drizzate e cuore aperto come nelle tele di Frida Kahlo, quel giorno avrei descritto Taranto come la città più bella al mondo. Apre dolce e chiude amaro, parte frutto e torna terra. L’alcol c’è e ci protegge da quei luoghi comuni in cui il Primitivo si attesta sui 13° con residui da Coca Cola. Si sorride mentre dalla proprietà ci arrivano le dovute spiegazioni circa la scelta stilistica, la vendemmia “a zona”, la ricerca della piena maturità del frutto, l’uso moderato del legno e la sosta prolungata in bottiglia… tutti dettagli che in quel momento registro ma che devono attendere una seconda degustazione in cui, lontano dagli occhi (del produttore) e lontano dal cuore, potrò dedicarmi asetticamente a questo vino. Per il momento assorbo questi quasi 15 gradi di cannella e melograno compiaciuto, era dall’ultimo assaggio di Gianfranco Fino “ES” che non sgranavo gli occhi davanti ad un Primitivo. Sentenza: assolto in primo grado! Ma ci rivedremo all’appello, lei non sa chi sono io!


ASSAGGIO No. 2 (Avellino - marzo 2021): l’Italia si ritrova ingarbugliata nel sogno di una notte di mezza strage, gli unici bouquet lontani dai cimiteri sono quelli di Sanremo nell’edizione che consacra i Maneskin e comincerà immediatamente a tormentarci con il jingle “metti un po’ di musica leggera”. Il recente San Valentino aveva congelato l’atmosfera e i miei sentimenti, inducendo quelle vaghe riflessioni su quanto felici eravamo prima, quel banale “si stava meglio quando…” che in questo caso torna utile, dato che mi spinge a riaprire quella bottiglia della felicità perduta. Respira… le vampate alcoliche si avvertono già al naso mentre la componente aromatica è un chiaro déjà vu di quell’amato estratto a base di, ça va sans dire, melograno. Al primo sorso, forse prematuro ma se non altro valutativo, si incidono componenti più tendenti al solido che al liquido, lasciando la lingua in carreggiata mentre viene attraversata da percezioni che dal bosco si spostano verso la città, asfalto al sole. Il tannino non punge, ma non vola neanche come la farfalla di Mohammed Ali mentre si aggrappa ruvida alle pareti, meglio a questo punto lasciar scorrere qualche canzone prima di ritentare il sorso. Un po’ di pubblicità e rieccoci qua, Amadeus annuncia Max Gazzè e ritengo questo sia il momento più opportuno dato il gradimento sonoro che sicuramente saprà ispirare meglio anche la bevuta. È proprio così: al tentativo numero due, esame superato. Come volevasi dimostrare, dopo aver eliminato le tossine riesce a mostrarsi maggiormente tonico, sempre robusto ma meno scorbutico. D’altronde il nome del vitigno deriva da “prematuro”, ecco spiegato qual era stato il mio errore. Che fretta c’era… maledetta primavera!



ASSAGGIO No. 3 (Salerno - febbraio 2022): potrebbe sembrare “stessa spiaggia, stesso mare”, visto il clima rigido e la stessa aria di Sanremo che polarizza gossip e social. Un anno in più di affinamento in bottiglia per questo Primitivo annata 2017 ma soprattutto un super anno per me fatto di concorsi, anteprime, guide ed eventi… una serie di combinazioni che mi hanno reso meno “piacione” nei confronti del pubblico e più pungente verso i produttori. Così, quando torno a tingere il calice per poi riportarlo al naso sulla scia di un ricordo unilateralmente positivo, cominciano le prime controindicazioni. Questa confettura, questa gittata così ampia, così spinta, così velocista…. non lo renderà un tantino stucchevole? Sembra quel Brunello “out of competition” che avevamo scoperto poi essere kosher, i miei compagni di banco al Benvenuto Brunello ricorderanno chiaramente a cosa mi riferisco. Al naso non è assolutamente sgradevole, vorrei solamente evidenziare come questa sfiatata di NOS sui primari non converge ad un buon ventaglio di complessità, ma potrebbe essere proprio questo l’intento del produttore contrario al legno nel ruolo di asso piglia tutto. Al palato poi, non lo ricordavo così monogamo, o forse mi sto abituando troppo a drink base Whisky che mi fanno sembrare tutto il resto dolce... ma se qualcosa ho imparato dalla partecipazione alle anteprime, è quello di analizzare il vino secondo prospettiva. Accantonando il discorso aromi e la rugosità del tannino, quindi, mi sovviene un quesito da slogan: fresh & clean, il prodotto sì è pulito, ma dove è la freschezza? questa debolezza sul lato dell’acidità potrebbe penalizzarlo sul lato della longevità e, in chiave commerciale, creare uno squilibrio in cui le vecchie annate è meglio rifilarle subito anziché conservarle. Sarà anche che questo sole prorompete di Salento nutre oltremisura il grappolo, scardinando l’equilibrio acidità/zuccheri nell’acino che si riversa in bottiglia con una mancata delicatezza e dunque, strano ma vero, suggerirebbe al produttore di tornare al sistema della pergola per marcare una difesa del frutto e preservarne una sana maturazione che conservi le componenti acide. Ma criticità a parte, lo bevo e lo berrei ancora, godendo di quei vortici in cui il muschio e il tabacco affondano ma evitando quelle classiche frasi in cui “equilibrio” o “bottiglia da dimenticare in cantina” fanno la propria comparsa, perché è forse più utile trovare un senso a questo vino e individuare la giusta destinazione sul mercato piuttosto che celebrarlo inverosimilmente senza trarre le conseguenze e pronosticare le soluzioni.

E quindi a beneficio del mio umile parere, del produttore che può migliorare e di un valoroso lettore che si è addentrato fino a queste righe per scoprire cosa mai avrà da raccontare questo Apulus vi dico, è un Primitivo che può scaldarvi l’anima oggi, dopo pochi minuti di attesa, il tempo di lasciare la bottiglia aperta a riposo mentre puoi introdurre il suo leggendario passato ora al timone di una squadra completamente al femminile, programmando per le tue prossime vacanze in Salento una tappa qui a Taranto, dove lo spirito guerriero ti ricorda Sparta, ma è il luogo che rinasce grazie a BACCO, TABACCO e VENERE.


Dedicato a Paola Felicetti e le splendide guerriere di Tenuta Zicari



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