NOMI, COSE, CITTÀ e un vino dalla lettera S

Le nuove generazioni arricceranno il naso, ma sono convinto che la stragrande maggioranza delle persone scatterà in un sorriso quando ripenserà a quel gioco in cui bastava un foglio e una penna, una lettera estratta e via a sfidare il tavolo a suon di sostantivi tra il volgare e l’aulico, ricorrendo a ripetuti check sulla Treccani. Non ha un vero nome, o forse ne ha più di uno, ma convenzionalmente lo si conosce come “nomi, cose, città”.


Passano le mode ma quel giochino, come il Monopoli, continua come un raggio laser ad attraversare i decenni e per quanto gli smartphone siano diventati il nostro secondo cervello (goodbye intestino), certi pilastri del passato sorreggono ancora brillantemente il peso dell’inadeguatezza tecnologica.


Ma è concesso giocare su un vino? Perché no, d’altronde se produrlo è un atto d’amore, come in amore tutto è lecito. Poi, come dice il saggio, scherzando si può dire tutto, anche la verità… e questo potrebbe aiutarci ad esternare sensazioni che non vogliono né compiacere unilateralmente il produttore che ci ospita, né tantomeno annoiare il lettore che ritrovandosi a sfogliare tra queste parole vuole capire la differenza tra chi ne ha ricavato una chiave di lettura e chi si limiterà a fornirci un’ennesima scheda tecnica, magari corredata dall’immancabile punteggio.

Su il sipario: siamo a Cellole, litorale Domizio, sabbia tra due vulcani che non finiscono nelle cartoline della città partenopea, ovvero Campi Flegrei e Roccamonfina, insieme a persone del settore pronte a giudicare le nuove annate di Villa Matilde Avallone nel giorno di Santa Matilde. Sul tavolo, un foglio di carta traccia l’impronta dei calici e mentre cominciano a preparare la batteria, è sempre meglio dare una ripassata alle regole:

“Perché, si fa anche vino qui?” potrebbe tuonare qualcuno e non volendo approfondire la tragicommedia all’italiana che ha dilaniato questo territorio per un pugno di cemento risponderei semplicemente: “Sì, da circa 2000 anni, anno più, anno meno” e dobbiamo ringraziare l’impresa di una persona nello specifico, tale Francesco Paolo Avallone, se non annoveriamo tra le specie estinte il Falerno del Massico.


Inoltre, in questi anni ’20, meno ruggenti del secolo precedente ma vivi ed intensi sotto altre prospettive, si sta registrando un interessante avvicinamento della nuova generazione in Azienda. Un semplice numero in più da aggiungere sul sito e in brochure? Tutt’altro! Se “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani” fu detto per plasmare un nuovo tipo di società laddove non c’era, qui Maria Cristina, per amor di Cantina e famiglia, salvo il Falerno, ora vuole concentrarsi su altri vitigni, target e sperimentazioni che le permettano di ampliare l’interesse verso la propria tenuta in provincia di Caserta.

Ma ora fermiamo le parole e torniamo al vino, la degustazione si è svolta meticolosamente nei suoi 2/3 e comincia il gioco mentre siamo passati dai bianchi ai rossi… un calice si riempie e stop, lettera estratta: S!


NOMI: STREGAMORA

All’annuncio dell’etichetta lei ride, e vorrei vedere! C’è lei in quest’etichetta, non perché sia una strega, la caccia è bella che finita e qui non siamo a Benevento, ma perché è riuscita a stregarci con questo Piedirosso di collina che vuole ridefinire l’habitat del vitigno e individuare il proprio target senza precludersi alcune piacevoli sorprese. È una 2021 da bere entro le 24h dall’acquisto ma potrebbe anche riposare in cantina e attendere un secondo grado di giudizio (più tardi capiremo perché). Lo associo a un pubblico giovanile, di quelli che frequentano i wine bar la sera e che non vanno oltre i 5 Euro al calice ma anche alle famiglie che superata la leggenda del “vino del contadino” vogliono affezionarsi ad un vino gustoso senza troppi sfarzi e spigoli. È un Piedirosso che vuole raccontare, oltre al colore sanguigno del raspo, un connubio tra location e Cantina brillantemente espresso nel retro etichetta. Infatti, lo zampino di Maria Cristina è anche lì, abbandonando gli schemi classici che recitano a memoria “vino rosso prodotto con uve raccolte a mano… cantina che rappresenta tradizione e innovazione… da abbinare a carni e formaggi stagionati… (bla, bla)” e invece ci sfida a servirlo leggermente più fresco, introducendoci la storia del vitigno e quella del territorio senza banalità.

Mica male… dopo quelle di Gabry Ponte che danzano, ora le streghe ci invitano addirittura a bere!

COSE: SELECT GREEN 300

Il tappo adoperato per la chiusura e successivo riposo di questo giovanotto estroverso che non vuole correre il rischio di TCA, il tristemente noto sentore di tappo. Priva di colla e ricavata dalla canna da zucchero, questa scelta aziendale vuole anche essere un’opportunità verso quei clienti cui accennavo prima, garantendogli un tappo dalle ottime performance in “modalità invecchiamento” con la promessa che nel frattempo si siano impegnati anche nel salvaguardare l’ambiente, visto che stiamo parlando di un prodotto 100% riciclabile e senza impronta di carbonio.

Chi ha in mano un listino NOMACORC sa benissimo che non stiamo parlando di semplice greenwashing, bensì di investimento.

CITTÀ: SINUESSA

L’antica città che in epoca preromana formava parte della gloriosa Pentapoli aurunca ed oggi delimita la città di Cellole in cui sorge l’attuale Cantina. I vigneti invece sono collocati ai piedi dell’antico vulcano di Roccamonfina, abbracciati dalle correnti del Mar Tirreno da un lato e dell’Appennino dall’altro, permettendo una maggiore protezione e di conseguenza un minore uso di trattamenti. Il suolo è ricco di cenere grigia e di pomice scura, si sgretola polverosa nel pugno come nella famosa scena del Gladiatore di Ridley Scott e dato che la prima scuola per gladiatori sorgeva proprio qui vicino, nei pressi dell’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, non sorprende questo spirito guerriero sopravvissuto in alcuni personaggi qui residenti.

Paola Riccio riesci a sentirmi? Ho trovato un’altra guerriera qui!

ANIMALI: SENZA

Perché, il vino contiene animali? Il discorso sarebbe alquanto lungo e complesso, vorrei quindi sintetizzarlo così: Sì, parallelamente agli alimenti che non sono formaggi ma contengono lattosio e cibi che contengono più solfiti del vino (piccolo appunto per non sdoganarlo, ma nemmeno demonizzarlo), anche i derivati di origine animale sono presenti in una lunga lista di prodotti, vino compreso, in cui spesso ritroviamo gelatine, colla di pesce, caseina, albumina. Ad oggi non esiste ancora una norma a riguardo, quindi è la parola del produttore contro il vostro sospetto.

Se però vogliamo trovare un filo logico coerente con la persona che lo ha concepito in quanto vegana, amante della natura e degli animali, posso assicurarvi che in questo caso “fidarsi è bene, non fidarsi è da complottisti”.


COLORI: SCARLATTO

Un mantello rosso che lascia in mostra le sue trasparenze e lascia intravedere sempre ciò che gira intorno a sé. Sapido, mentre raccoglie a sé le poche forze per regalarci un po’ di mare e un po’ di vulcano in bocca. Solare, come raffigura l’etichetta a ricordarci che, contrariamente al fratello Aglianico, il Piedirosso seppur non sia mai uscito di casa (lo si trova quasi esclusivamente in Campania in cui lo si menziona col discretamente performante alias “per’e palummo”) è il buono della famiglia, più ragionevole e meno ansioso.


PERSONAGGI FAMOSI: SÉVERINE SÉRIZY

La “bella di giorno” interpretata da Catherine Deneuve e tratta dal romanzo di Joseph Kessel del 1929. Il soggetto, strano ma vero, aveva subito dure critiche e a seguito di una serie di sfortunati eventi rischiava di far perdere le proprie tracce proprio come questo vino. Poi, come spesso accade, c’è stata una riscoperta che ne ha decretato lo strabiliante successo. Fortuna? Può darsi, ma non dimentichiamo chi a monte affronta canoni imposti dalla morale e dalla mediocrità, prediligendo quel rischio che talvolta premia il coraggio delle azioni.

Così, mentre l’attrice francese è diventata una diva, quando riscopriremo la bellezza di questo vitigno grazie ad una strega?


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